La rivoluzione di Netflix finisce dove comincia il tuo portafoglio

Pochi giorni fa Thierry Fremaux è stato protagonista di un incontro molto atteso organizzato dalla Festa del Cinema di Roma, in cui ha avuto modo di dire la sua sulle recenti novità riguardo il Festival di Cannes, di cui è delegato generale. In particolare, ha spiegato meglio le ragioni dietro la decisione nell’edizione di quest’anno di bandire dal festival i film che non prevedevano la distribuzione in sala. Ha parlato quindi della faccenda cercando di fare un quadro complessivo della situazione ma senza fornire possibili soluzioni e senza schierarsi nettamente da una parte o dall’altra. Il problema è: cosa fare con i film che non escono in sala? Come considerarli? Può esserci un cinema che non contempla il passaggio in sala, luogo con cui fino ad oggi si è rappresentato il cinema stesso nel nostro immaginario collettivo? Potremmo anche chiamarla la “questione” Netflix, diventata sempre più centrale da quando i suoi film vincono festival, sono realizzati da maestri della settima arte e gli esercenti avrebbero tutto l’interesse del mondo a proiettarli nei propri cinema, a patto che non siano disponibili anche online.

Se volete scoprire come Fremaux si para il culo scaricando la colpa della retorica passatista di Cannes sugli esercenti francesi, riempiendosi di lodi e specificando che lui sa sempre tutto e agisce solo per il bene dei film, del cinema e della Pace del Mondo, ma soprattutto se volete vedere quanto rosica per il momento d’oro che sta vivendo la Mostra del cinema di Venezia, leggetevi questo impeccabile resoconto di Badtaste.it.

Noi invece parleremo di Netflix in senso più ampio, per metterne in chiaro una volte per tutte degli aspetti della sua natura che molti potrebbero aver frainteso guardando il suo modo di muoversi nell’industria. In particolare, partiremo da un equivoco apparentemente innocuo, ma anche molto ingenuo e che diventa preoccupante nel momento in cui a sostenerlo è una figura di spicco come Fremaux, che proprio a Roma a un certo punto ha detto:

“Il problema è un altro io credo, quello della creazione mondiale. Perché Scorsese sceglie Netflix? Perché Cuaron sceglie Netflix? Perché il processo di produzione non è più quello di una volta, perché oggi gli studios non accettano di produrre un film in scope e bianco e nero come quello di Cuaron. Chi lavora a Netflix sono veri cinefili e ovviamente sono anche ricchi.”

Tutto giusto, un’analisi lucida e condivisibile almeno finché non dice: “Chi lavora a Netflix sono veri cinefili e ovviamente sono anche ricchi.”

Diamola buona a “sono anche ricchi“, che è abbastanza vero, sebbene recentemente sia venuto fuori che i debiti di Netflix con le banche sono cresciuti ulteriormente (altri 2 miliardi) e hanno cominciato a far alzare qualche sopracciglio in quel di Wall Street. Netflix dice che è tutto “parte del piano” – e non è da pazzi credergli – ma in ogni caso non è questo che ci interessa oggi.

Quello che faccio fatica a mandare giù è l’affermazione “chi lavora a Netflix sono veri cinefili“. Sia chiaro: non lo so se quelli di Netflix sono davvero cinefili o meno, magari lo sono, magari no. Chissenefrega. Il punto è che se anche lo fossero non vuol dire necessariamente che agirebbero di conseguenza. Dalle parole di Fremaux si deduce che secondo lui le scelte produttive del colosso di Los Gatos siano mosse dalla cinefilia più che (detto banalmente) dal profitto, a differenza delle altre major classiche che resterebbero quelle senza cuore che pensano solo a fare soldi.

Ora, voglio credere che Fremaux non sia tanto ingenuo da credere davvero a una cazzata del genere così come ve l’ho esposto io, e che la battuta sulla cinefilia fosse solo una frase di circostanza, un modo gentile e colorato per dire che Netflix pensa sicuramente ai soldi, ma ci tiene anche al cinema e agli appassionati e vuole fare le cose per bene, a differenza degli altri. Tuttavia rimane anche questo un discorso troppo affrettato, banale e sostanzialmente sbagliato, al punto che mi sento legittimato a propinarvi il seguente pippone megagalattico. Enjoy.

Ted Sarandos, FBI.

Partiamo dal fatto che dire “chi lavora a Netflix sono i veri cinefili” (sottinteso: “e quindi sono più buoni della Disney”) è un’affermazione fuorviante perché può far pensare alla fine dell’era dell’accumulazione capitalistica eterna e indiscriminata e all’inizio di una nuova era in cui l’amore per il cinema, i film intimisti in bianco e nero realizzati in nome dell’Arte e dei Massimi Sistemi per il Bene del Mondo, siano la principale spinta dell’umanità verso il futuro. Ma signora mia, neanche Marx era così ottimista.

Ok, forse ho esagerato un pochino all’estremo opposto, però ci tenevo a sottolineare l’assurdità implicita in una tale affermazione. La rivoluzione di Netflix, per quanto significativa, non è di questa portata.

Il motivo per cui Martin Scorsese e Alfonso Cuarón, per dirne un paio, vanno da Netflix per fare il loro prossimo film (come The Irishman) o per vendergliene uno da distribuire perché già fatto e finito (come Roma), è perché Netflix offre loro una più ampia libertà creativa (anche a budget elevati), perché a sua volta Netflix vuole titoli forti a livello internazionale col proprio marchio sopra. Ma paradossalmente, in un certo senso, gliene frega pure meno (se mai fosse possibile) della riuscita del film, della sua fattura, della sua qualità ecc. ecc. Ben vengano i capolavori*, per carità, ma l’obbiettivo è un altro: l’obbiettivo è arricchire il più possibile la propria library con prodotti di tutti i tipi, compresi quelli di grosso richiamo cinefilo che diano credibilità all’azienda e gli permettano di fidelizzare i propri abbonati e averne sempre di più da qui a 100 anni (sopravvivenza del pianeta e della specie umana permettendo). Tutto questo in previsione anche della perdita dei titoli Disney e Warner (di certo non pochi e non “piccoli”) che finiranno nei rispettivi servizi streaming in arrivo nel 2019.

Insomma, la lungimiranza di Netflix sta nella consapevolezza che ha sempre avuto di dover prima o poi fare i conti con gli effetti della sua stessa rivoluzione, ovvero tutto il resto dell’industria dell’intrattenimento audiovisivo che arriva a farle la guerra sul territorio da lui stesso creato (o comunque dominato finora): lo streaming online legale.

Feelings.

Per quanto riguarda la maggiore libertà creativa offerta agli autori, questa è dovuta alla possibilità che Netflix ha di non dipendere dagli incassi dei film al botteghino e quindi da tutte le relative regole scritte o non scritte che invece attanagliano (spesso più per pigrizia che per altro) le produzioni dei film di medio-grosso budget delle major classiche fino ad incidere significativamente sulla loro politica editoriale. Ma Netflix non è neanche contro la distribuzione in sala, semplicemente non gli interessa perché punta a guadagnare (e sa di poterlo fare bene) tramite altre strade, cioè principalmente gli abbonamenti al suo servizio streaming. Poi, certo, già quest’anno sarà costretta a concedere una scappatina in sala ad alcuni dei suoi film (oltre a Cuaron e Scorsese ci sono anche i fratelli Coen con quel capolavoro di The Ballad of Buster Scruggs visto a Venezia) per vari motivi: 1) per permettere ai film di partecipare agli Oscar, 2) per far ancora più contenti gli autori (loro sì, cinefili) dei film in questione + quelli che a loro volta saranno ulteriormente invogliati a lavorare per Netflix e 3) per tentare di instaurare un dialogo con gli esercenti, che in tutta questa matassa restano legittimamente ancora quelli più a rischio e più incazzati di tutti. In futuro credo si troverà un punto di incontro ancora più equilibrato tra streaming e sala cinematografica, ma sulla questione mi fermo qui perché è un argomento molto più ampio – e per certi versi anche molto più intrigante – che necessita un pezzo tutto per sé.

Insomma, in ambito televisivo e cinematografico, Netflix si differenzia solo per il suo modus operandi che ha rivoluzionato il modo di fruizione del prodotto audiovisivo in una maniera talmente drastica e veloce da mandare in crisi (come storicamente succede in questi casi) una bella fetta della società che fatica a stare al passo. Non è poco, anzi. Ma è sempre una rivoluzione formale e non sostanziale.
Quindi, ragazzi, lo so che è banale dirlo e siete già tutti pronti a resuscitare Capitan Ovvio, ma il fine ultimo di Netflix non si sposta di un millimetro da quello della Disney, della Warner, di Amazon, di Google, di Apple, della Fiat, della Telecom, dell’Eurospin, del salumiere sotto casa o dal nostro: “money, money, money, citazione facile (e ho banalizzato di proposito, non mettetevi a fare i moralisti, vi prego).
Poi certo, io sono contentissimo che Scorsese abbia avuto 150 milioni di dollari per girare un film di gangster che non contiene enormi draghi sputafuoco in motion capture, ma non illudiamoci che il mondo oggi sia un posto migliore di ieri grazie a Netflix.

Va là, che roba. Persino il backstage è stato girato in bianco e nero. Che artisti.

Un ringraziamento speciale a Thierriy Fremaux, delegato generale del Festival di Cannes, per avermi fornito La Scusa per scrivere questo pezzo lunghissimo. Se vi è piaciuto, pagatemi i prossimi due anni di abbonamento a Netflix.

*Date un’occhiata a quella bomba di Apostolo di Gareth Evans che per ora è probabilmente il miglior film originale di Netflix.

I 10 migliori film del 2017 + altri 15 che non c’entravano

Ogni anno è sempre più difficile. Sarà perché aumentano i film che riesco a vedere, sarà perché forse forse il cinema non è ancora morto, sarà che mi riduco sempre di più all’ultimo minuto e non ho ancora digerito gli struffoli di ieri l’altro. In ogni caso, è sempre un gioco divertente in cui mi tuffo con piacere.
Questa volta ho deciso di elencare i 10 migliori film dell’anno rigorosamente in ordine sparso, casuale, perché tanto non è uscito nessun Mad Max: Fury Road e di conseguenza le posizioni non hanno molto senso, non saprei nemmeno da dove cominciare. Inoltre, siccome ho visto tanti bei film in questo buon 2017, ho scelto altri 15 titoli che per un motivo o per un altro meritano di essere visti e non meritano questo mondo infame in cui solo dieci ce la fanno.

Il criterio è sempre quello della distribuzione in sala in Italia tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2017. Buona lettura e fatemi sapere che ne pensate, fatemi sapere qual è la vostra top 10 e tenete sempre a mente che l’analisi oggettiva non esiste, sono classifiche personali e bla bla bla, politically correct, ciao.

  • Manchester by the Sea
    È il film drammatico dell’anno – riconosciuto miracolosamente anche agli Oscar – ed è come vorresti che fossero tutti i film drammatici: semplice e onesto, senza intellettualismi, né pregiudizi, né puzza sotto il naso, ma con la consapevolezza che dramma e commedia vanno sempre a braccetto e più si sprofonda nell’una, più ci si avvicina all’altra. Manchester by the Sea mette in scena una tremenda tragedia familiare senza essere ruffiano e riesce sia a commuovere che a far ridere, non perché ci siano barzellette o siparietti slapstik, ma perché racconta col giusto piglio (quasi coeniano) quelle situazioni in cui non ci sarebbe proprio nulla da ridere eppure talmente assurde, surreali e grottesche, che ci scatta inevitabilmente una risata isterica liberatoria.
    Kenneth Lonergan dirige rigorosamente una sua stessa strabiliante sceneggiatura che trova in Casey Affleck (finalmente riconosciuto da tutti per l’attore sopraffino che è) il volto e il corpo giusto in cui incarnare tutto il suo turbinio devastante di emozioni.

    Semplice e onesto

  • Raw
    È la storia di una timida sedicenne che arriva prima del previsto all’università – perché è tipo un piccolo genio – e va incontro ai soliti problemi e alle solite prime volte tipiche di quegli anni (il rito di iniziazione, la prima cotta, la prima sbronza, la prima scopata, ecc). Insomma Raw è un coming of age qualsiasi, solo che al posto di una generica attività ricreativa/passione/lavoro, la nostra protagonista scoprirà se stessa iniziando a mangiare carne umana strappandola a morsi dalle persone con cui interagisce senza nemmeno passare per i fornelli.  Siamo abituati a vedere i cannibali come i cattivi dei film, o comunque come persone da evitare perché la nonna ci ha sempre detto di non farcela con quelli strani che poi diventiamo strani pure noi e non facciamo soldi e restiamo soli. Ebbene, Raw ribalta tutto e racconta una storia dal punto di vista di una giovane cannibale, dimostrandoci che anche loro sono persone, anche loro hanno un cuore e provano le nostre stesse emozioni.
    È un horror sadico e divertente, ma è anche un film drammatico, con una trama imprevedibile e la giusta dose di critica sociale. È diretto da dio, ma soprattutto è onesto e schiettissimo in tutto quello che dice e che fa, va diritto al sodo SENZA METAFORE.
    Scritto e diretto da Julia Ducournau, una donna, Raw è uno degli esordi più clamorosi degli ultimi decenni (non anni).
    (visione consigliata a un pubblico forte di stomaco)

    La classica scuola, la classica storia.

  • mother!
    Una supercazzola pseudo-intellettuale che dice qualcosa di effettivamente interessante, ma soprattutto lo dice col volume a palla e con un quantitativo altissimo di DISTRUZIONE TOTALE, SANGUE E VIOLENZA che porcaputtana è bellissimo. Un viaggio allucinante che non può lasciare indifferenti, può irritare ma non annoiare. Il solo fatto che mother! esista e che qualcuno dopo aver letto la sceneggiatura abbia detto “va bene, famolo” è già un miracolo.
    Qualcuno poi ha detto che il film racconta praticamente tutta la Bibbia, ma credo che la mia Bibbia sia diversa dalla vostra quindi non chiedetemi troppe spiegazioni a riguardo.

    “Va bene, famolo.”

  • Arrival
    Blade Runner 2049 è un ottimo film, che è già un complimento incredibile se pensiamo che è il sequel di uno dei film più importanti di sempre. Ma Arrival è un capolavoro.
    Gli alieni giungono sulla terra e non si capisce cosa vogliono. Parte un conflitto di idee interno tra l’esercito che li vuole bombardare e gli scienziati che invece vogliono capirli e magari imparare a comunicarci.
    Denis Villeneuve prende una trama e dei temi che andrebbero bene in qualsiasi blockbuster di oggi e li mette in scena con un linguaggio per immagini complicato ma comprensibile, diverso da quello che pensiamo di vedere quando ci approcciamo a un film con l’idea che sia di intrattenimento. In questo modo fonde cinema d’autore e blockbuster per dar vita al miglior cinema di intrattenimento possibile (non a caso restando nella fantascienza, ovvero nel cinema di genere che oggi è la casa degli autori migliori). Infatti, per intenderci, il film gioca su più piani narrativi e su più linee temporali, spiega un sacco di nozioni scientifiche (sforzandosi tantissimo di farcelo pesare), ma non spiega mai a parole una singola svolta di trama che sta allo spettatore desumere tramite le immagini.
    Tra Interstellar e District 9, il film parla della difficoltà di capire chi è lontano da noi, di resistere alle paure di essere attaccati e all’istinto di scappare o attaccare per primi per provare invece a riflettere sulle diversità e trovare un punto di incontro. E non è un caso nemmeno che quello che un tempo sarebbe stato il classico ruolo da eroe maschile qui vada finalmente a una donna… rendendo il tutto ancora più bello. Anche perché quella donna è Amy Adams e la sua è l’ennesima dimostrazione di quanto sia un’attrice straordinaria e con pochi simili. Si trascina tutto il film con il suo solito disarmante fascino e la sua incredibile capacità di sovrapporre l’eccitazione e la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo con la paura dell’ignoto che invece ci tira indietro. Wow.

    Forse l’immagine più bella dell’anno.

  • Silence
    Oh, dite quello che volete, per me è stata un’esperienza indimenticabile. Visto per grazia divina in lingua originale in sala, più che un pugno nello stomaco, Silence è una montagna che ti cade addosso. È di una pesantezza incredibile, ma è raccontato con tanta di quella convinzione, audacia, voglia di andare fino in fondo, e (ovviamente) con tutta la professionalità di questo mondo, che in qualche modo ti prende e sei costretto a intraprendere un viaggio psico-fisico che in un modo o nell’altro ti rimarrà dentro a lungo. È la lotta estrema tra l’uomo e le sue stesse convinzioni, i suoi stessi valori e i suoi stessi ideali. A cosa sei disposto a rinunciare in nome della fede? Che siate credenti o no (io non lo sono), è un film che ci mette alla prova (in tutti i sensi), è massacrante, ma è anche una delle più stimolanti visioni che possiate fare oggi con un film.
    L’unico limite è che è diretto da Dio, non da Scorsese. E si sa: Dio è leggermente più noioso di Martin Scorsese.
    (su questa voglio il copyright)

    E questi giapponesi sono tra i villain dell’anno.

  • Sharknado 5: Global Swarming
    Eccoci qua. Già vi vedo scandalizzati e pronti a spegnere tutto perché “questo qui è pazzo e non ne capisce niente di cinema!” Fate pure. Dite quello che vi pare. Toglietemi tutti i like e convincetevi di avermi ferito. Io Sharknado da qui non lo levo. Perché sono arrivati al quinto capitolo e sono ancora i numeri 1 indiscussi. Perché continuano a regalare quell’intrattenimento perfetto, spensierato, avvincente, a volte esilarante, a volte geniale, mantenendo quel giusto e fondamentale atteggiamento di chi vuole divertirsi insieme a te come se fosse un vero amico (cosa che non sempre la Asylum riesce a ripetere nelle altre sue produzioni, che infatti non hanno lo stesso successo). Anche quest’ultimo capitolo è una scena d’azione dopo l’altra a ritmo indiavolato per 85 minuti, con una quantità di idee letteralmente assurda e quasi commovente. Roba che a Hollywood “quelli seri” le avrebbero usate per farci almeno 20 film, uno più povero dell’altro. Addirittura qui hanno girato pure meglio del solito e avevano a disposizione un budget molto più consistente che non hanno usato per fare effetti speciali migliori (PER CHI LI AVETE PRESI), ma per andare a girare scenette in giro per il mondo come se fosse un Mission Impossible qualsiasi. Impareggiabile.
    Forgive me, Father, for I am Fin

    Guardate che meraviglia questa motose- spad- fuci- ARMA DI DISTRUZIONE DI SQUALI.

  • Elle
    Il più riuscito, arrabbiato, spietato, secco e liberatorio colpo che il cinema abbia scagliato negli ultimi anni contro la giustizia sociale e la società civile, contro le convenzioni, il senso comune, la fede cattolica e il mito della superiorità fallica. Un film che spiazza in continuazione, come la sua protagonista che non fa mai quello che ci si aspetterebbe da lei anche in situazioni estreme come uno stupro appena subito. E meno male che c’è Isabelle Huppert nel ruolo della protagonista (Verhoeven voleva girare il film negli USA, ma nessuna attrice di primo piano voleva la parte…). I suoi sguardi di pietra sono una coltellata nello stomaco, nascondono un ventaglio di emozioni che va dall’apatia totale all’orgasmo che il suo personaggio, porcaputtana, aspettava da una vita.
    Elle è un film pazzesco, amici, PAZZESCO. Blasfemo e antimoralista, come il suo autore, un Paul Verhoeven in puro stato di grazia (e lui è uno che fa capolavori anche quando è distratto). Forse il mio preferito in assoluto dei 10.

    “Quanti ricordi”

  • Allied
    Film stranissimo. Comincia in un modo (film di guerra, azione e spionaggio), poi dopo 40 minuti diventa altro (thriller tesissimo tutto sguardi e psicologia) e sul finale diventa altro ancora (melodramma romantico). Sembrano tre film in uno e la cosa può straniare, se non deludere. Per me è un film stupendo, ricchissimo di emozioni, stimoli e suggestioni (siamo sempre durante la seconda guerra mondiale). È un film che omaggia Casablanca e il cinema del passato (soprattutto anni ’30 e ’40) e cerca di ricordarlo esteticamente utilizzando però il massimo e il meglio delle nuove tecnologie e una trama molto moderna e abile a ribaltare vecchi cliché. A tal proposito: quello che fino a ieri era un dilemma ricorrente dei personaggi femminili (chi è la persona che ho al mio fianco? mi posso fidare di lui/lei? è davvero chi dice di essere o sta fingendo?), qui finalmente spetta a un uomo provocando risvolti estremamente interessanti.
    Allied è una goduria da seguire perché Robert Zemeckis sa come raccontare una storia muovendo la telecamera nel modo e nella direzione giusta e lasciando indizi nel modo e nel momento giusto, sa come creare tensione, come appassionare, come suscitare meraviglia, come commuovere e come dire tanto con poco, senza sprecare mai un’inquadratura. E se il protagonista della storia è il personaggio di Brad Pitt, che si conferma un ottimo interprete, il vero traino del film è però Marion Cotillard con la sua incredibile capacità di farci capire una cosa mentre il suo personaggio ne dice un’altra.
    Zemeckis poi li prende entrambi in tutta la loro bellezza e dimostra la sua padronanza del mezzo cinematografico (e la sua inarrestabile voglia di sperimentare) piazzandoli dentro sfondi coloratissimi che raccontano meglio delle parole l’evoluzione della loro relazione. E sono sfondi fatti con un uso più o meno abbondante di computer grafica (a seconda dei casi) e tantissima color correction. Il risultato è un film pieno di immagini impossibili e stupende, da incorniciare e appendere su qualsiasi parete.

    Metafora visiva perfetta

  • Dunkirk
    Sforzo titanico per una ricostruzione storica molto romanzata nella trama, ma molto fedele nei contenuti. Christopher Nolan ce l’ha fatta di nuovo. Dunkirk è un’altra esperienza immersiva delle sue, una roba mai fatta prima e che va vista sul più grande schermo possibile. Dialoghi ridotti all’osso (quei pochi che ci sono in realtà sono pure scemissimi) e immagini libere di parlare da sole insieme al sonoro e a una colonna sonora impeccabile per raccontare le ansie, le paure, l’orrore, ma anche la noia della guerra e dell’attesa estenuante che succeda qualcosa, che una bomba ci piova addosso o che i rinforzi arrivino a salvarci. È un altro tentativo (anche Interstellar provava a fare lo stesso) di fondere il rigore, la precisione maniacale, la spietatezza e la seriosità di Kubrick con il patriottismo, la meraviglia e l’ottimismo tipicamente spielberghiano. Questa volta i due mondi si scontrano nel finale un po’ bruscamente, ma son dettagli perché ormai il film ti ha già stravolto, sfinito fisicamente e toccato corde emotive che non sapevi di avere.

    Che parlo a fare

  • Shin Godzilla
    Tre anni fa gli americani hanno realizzato un film di Godzilla che tutto sommato rispettava la tradizione giapponese. Allora i giapponesi, dopo aver passato sessant’anni a difendere e osannare l’iconografia classica, hanno deciso di distruggerla e di ripensare tutto con un film, Shin Godzilla, che è l’esatto opposto del blockbuster d’azione pieno di effetti speciali, ovvero un film di satira politica ambientato prevalentemente nelle stanze del potere, tra politici, militari e figure specializzate varie. Roba che sulla carte chiunque avrebbe detto “che palle”, ma in realtà è super interessante e avvincente, per come è scritto e girato. Le riflessioni che vengono fuori sono delle più spietate, centrate e inaspettate possibili. Tratta temi importanti e, come Arrival, non offre mai le risposte più semplici, ma pone le domande più giuste. L’intrattenimento migliore possibile.
    D’altronde per loro Godzilla è sempre stata una cosa molto, molto seria.
    Poi, ci mancherebbe, quando il mostro entra in scena e distrugge tutto è lo spettacolo più bello del mondo. Grandioso. Beato chi l’ha visto in sala.

    BELLISSIMO.

Fine.

Menzioni speciali:

  • I Am Not Your Negro: perché è un documentario tecnicamente impressionante che racconta la storia del razzismo negli Stati Uniti e la dice lunga sull’oggi.
  • Patriots Day: perché Peter Berg è un autore sottovalutatissimo e questo è il suo capolavoro finora sull’incredibile resilienza di tutta Boston unita.
  • Blade Runner 2049: Perché è molto bello.
  • It: perché è la migliore versione possibile che si poteva trarre dal romanzo di King nel 2017 e resta uno dei vincitori dell’anno al di là di qualsiasi top 10.
  • Smetto Quando Voglio 2 & 3: perché sì, cazzo. FINALMENTE.
  • Victoria: perché è un unico piano sequenza di 140 minuti che sa perfettamente quel che fa e non sbaglia mai. Incredibile.
  • Baby Driver: Perché è Edgar Wright che riscrive le regole del cinema in un film di puro intrattenimento tutto tecnica e precisione assoluta. Il finale non è all’altezza (altrimenti finiva tra i dieci su), ma anche così è un capolavoro.
  • Get Out: perché descrive perfettamente come si è evoluto il razzismo oggi negli Stati Uniti. Dolorosa la sua esclusione dai dieci.
  • Personal Shopper: perché è splendido, ipnotico e con una bravissima Kristen Stewart.
  • Headshot: perché è il film di arti marziali dell’anno, un ottimo passatempo in attesa che il sommo Gareth Evans sforni una nuova creatura. (è su Netflix)
  • Better Watch Out: perché è un twist sull’home invasion che è già diventato un nuovo classico. Perfetto per le feste.
  • Good Time: perché è una bomba che decostruisce il crime movie. Parte da una rapina a mano armata per mostrare tutta la serie di casini, più o meno grotteschi, che da essa derivano e finisce come il più toccante dei drammi familiari.
  • Borg McEnroe: perché è un nuovo piccolo Warrior (2011) ed è un gioiello di determinazione, ossessione, fatica e rispetto.
  • Split: perché Shyamalan è tornato ed è più in forma che mai.
  • La La Land: Perché la musica, i balletti, le camminate, l’amore, hollywood, i sogni, la vita, il cinema. Poteva finire anche tra i dieci su, ma ha una seconda parte non all’altezza della prima e poi non lo vedo da un po’ e quindi, insomma, ecco, fottesega. L’importante è che lo vedete, come tutti i film qui citati.

Tanti auguri a tutti e buon 2018!

Tutto quello che non avete voluto capire su Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Natale, capodanno, è tempo di feste! E cosa si fa durante le feste oltre a mangiare fino ad agognare una morte rapida e indolore?

Si rispolverano i grandi classici!

Che grande Nanni Moretti. *tira un sospiro malinconico* L’altro giorno, da bravo bambino che si è comportato bene tutto l’anno, mi sono regalato 4 suoi DVD trovati in offertissima a tre euro l’uno in un negozio senza ombra di dubbio a norma di legge vicino casa. Credeteci. Sono tornato a casa felicissimo.
Uno dei DVD è quello di Sogni d’oro, da cui è tratta la scena di cui sopra che potrei, o potrei non, aver utilizzato in altre recensioni sul blog. Ma che volete? È bellissima, riassume perfettamente, con simpatia e il giusto grado di disagio, un sentimento universale che sembra valere soprattutto per i cinefili, ma che in realtà vale per tutti. È adatta praticamente a qualsiasi discorso che avete mai fatto, state facendo o farete, ieri, oggi e domani, con qualsiasi persona. Il che rende il suo utilizzo un po’ una paraculata. Ma questa è un’altra storia.

Nel nostro caso, questa breve clip ci serve per ribadire che il Cinema è una cosa importante, che Star Wars è una cosa importante e che vaffanculo non ne posso più dei vostri problemi con la suola delle scarpe di Luke Skywalker che non rispecchia fedelmente la descrizione implicita che si evince dal trentaquattresimo romanzo della dodicesima saga del settimo ciclo di storie che al mercato papà Lucas vendette per mezzo triliardo di dollari.

Non sei un vero fan di Star Wars, se non hai almeno sei negozi di roba di Star Wars compressi in camera tua (e fai di tutto per far capire che ce l’hai più lungo di tutti).

Episodio VIII: Gli Ultimi Jedi è film molto buono e anche un eccezionale capitolo della saga di Star Wars.

Procediamo con ordine. Seguono spoiler a profusione sul film.

Il cinema è per tutti. Star Wars è per tutti. Ognuno è libero di avere il proprio pensiero su qualsiasi cosa e ha il dovere di rispettare il pensiero degli altri. Però, signora mia, questi giovani di oggi dicono una marea di cazzate che non se ne può più. Per non fare il vago a sto giro ho deciso di sporcarmi le mani andando a rispondere dritto pe’ dritto alle lamentele più insistenti che sono state scagliate con violenza contro Gli Ultimi Jedi.
Tremate: “mi hanno dato fastidio tutte quelle battutine del cà e quei pupazzi di mè”, “è troppo un film Disney”, “vogliono solo vendere giocattoli!!11!1” (la mia preferita), “è ridicolo come hanno ammazzato Snoke”, “la scena nella città/casinò è inutile e noiosa”, “inventa troppe cose”, “non ci sono contenuti originali, è una copia di L’impero colpisce ancora”, “la forza è spiegata malissimo”, “questo pianeta nuovo l’ho già visto”, “non ha senso”, “non è Star Wars”, “mi manca Jar Jar Binks”, “quella scena è la copia del mio sfondo del desktop”, “chi sono io? cosa ci faccio qui?”, “non avrebbero dovuto uccidere Ned Stark così presto”, “quando arrivano i Klingon?”, “MARIARITAAAA“, ecc.

Chiariamo innanzitutto una cosa fondamentale: Star Wars è forse il più grande franchise crossmediale e transmediale di sempre dopo il Cristianesimo, e i film che compongono l’arco narrativo principale di questo universo sono pensati e realizzati (così come in buona parte anche il Cristianesimo) per catturare l’attenzione dei più piccini, di quegli under 14 che tra trent’anni vorranno ancora vedere film di Star Wars e non desidereranno altro che prendere in mano il franchise per fare gli Episodi 37, 38 e 39 e garantire la sopravvivenza di baracca e burattini. Per una volta (capita meno di quanto si pensi) sono d’accordo con George Lucas himself quando dice che Star Wars è per bambini e che certi fan fanno fatica ad accettare la cosa. Ovvio, lui scivola subito nell’egomania parlando dell’esaltazione che prova quando un bimbo gli allunga la mano per toccarlo manco fosse Gesù Cristo sceso in terra per salvarci dalla noia di questo mondo. Però il succo è quello:

“Friendships, honesty, trust, doing the right thing, living on the right side and avoiding the dark side. (…) Those are the things it was meant to do.”

Il trucco è metterci il massimo della professionalità e del talento per realizzare qualcosa che possa piacere tranquillamente anche agli adulti senza che questi se ne vergognino.

“Bend the knee.”

La nuova saga targata Disney e supervisionata dall’essere umano con i cojones più grossi di tutta Hollywood, la mitica Kathleen Kennedy, cerca di fare esattamente questo (a mio avviso riuscendoci in pieno), tenendo però conto che non siamo più nel 1977, che il mondo è cambiato, il pubblico per certi versi è molto cresciuto e non sopporterebbe più una trama così semplice e un’identificazione così chiara del bene e del male come la si poteva fare quarant’anni fa. E allo stesso tempo non si rinuncia ai siparietti comici, agli animaletti simpatici e a quel senso di leggerezza fondamentale all’interno di Star Wars ma anche in tutto il cinema per ragazzi da Spielberg in poi. Senza tutto questo Star Wars non esisterebbe: pretendere un film di Star Wars che – banalizzo – non tenti di vendere anche giocattoli è un controsenso di quelli pesanti e sintomo di una grave miopia. Se non vendessero giocattoli non potrebbero fare più film, o almeno non potrebbero farli più così grossi. Semplice.
Non mi piace fare discorsi ipotetici, ma credete davvero che un’altra qualsiasi delle major hollywoodiane avrebbe potuto far meglio della Disney? Mai come oggi faccio molta fatica a immaginare un tale scenario.
I Porg possono piacervi o non piacervi, ma sono senza dubbio coerenti con l’universo starwarsiano al cinema. Non necessitano assolutamente di una funzionalità narrativa, devono solo essere carini e coccolosi e piacere ai bambini. Cosa che vale ovviamente per tutte le creature presenti nel film, che non sono mai realmente inutili, perché potranno non interferire in alcun modo con la trama, ma evocano quelle suggestioni che costituiscono la base del fascino di tutto Star Wars. Se non accettate questo e volete fare i raffinati che non si lasciano ingannare dagli sporchi meccanismi del capitalismo americano, tornatevene a vedere i film di Ferzan Ozpetek con tutto il vostro disincanto postmoderno e puppate la fava.

“PU-PPAAAA”

Ma se c’è un aspetto sotto il quale Gli Ultimi Jedi è un vero trionfo è proprio il suo riuscire a scrollarsi di dosso tutto il peso della sua stessa enorme mitologia per dare a tutta la nuova trilogia una propria identità e una propria strada da battere. In quarant’anni Star Wars si è imposto nella cultura pop mondiale fino a dominarla, a diventare una vera e propria religione per alcuni e a suscitare improbabili accuse di femminismo per altri. Quello che Rian Johnson e soci hanno avuto il coraggio di fare è stato aggiornare la lotta tra lato oscuro e lato chiaro della Forza, sfruttando bene gli eccezionali spunti di partenza offerti da Il Risveglio della Forza (The Force Awakens, da ora in poi TFA), per offrirci qualcosa di nuovo, fresco, attuale, credibile e di grande intrattenimento.

Kylo Ren è in tal senso l’elemento più interessante di tutto il progetto: il primo personaggio nella storia di Star Wars che vuole resistere alle tentazioni del lato chiaro della forza e non viceversa come eravamo abituati a vedere. Questo, unito al fatto che l’attore che lo interpreta è forse l’unico attore vero del cast (ogni sguardo che fa combina almeno due emozioni diverse, se non di più, ma anche i movimenti del corpo sono i migliori per credibilità/stilizzazione), lo rende un personaggio fuori da qualsiasi schema, imprevedibile, e quindi affascinante. Non è il cattivo che fa il cattivo perché è cattivo. Quello era il ruolo di Snoke, molto simile a quello di Palpatine e compagnia bella, e non a caso è stato fatto fuori in una maniera estremamente funzionale al racconto.

“Premi quel tasto lì che poi fa tutto il computer”

Ma è interessante pure il lavoro fatto su Rey, sebbene abbia un arco narrativo ben più prevedibile, e su Luke. Già a partire da TFA, Rey incarna in tutto e per tutto il pubblico dei più giovani, quelli che hanno da poco scoperto Star Wars e vogliono essere parte di questa grande storia (entrambi i film sono stracolmi di riferimenti meta). La scoperta dei suoi genitori è quindi la più difficile da accettare e, in un’ottica di identificazione totale col personaggio, serve a rendere il film il romanzo di formazione che deve essere. Allo stesso modo, è molto apprezzabile la coerenza con cui hanno trattato il personaggio di Luke Skywalker se pensiamo a quanto era inetto e anche un po’ tentato dal lato oscuro nella trilogia originale. Il modo in cui la sua leggenda e le voci che circolano sul suo conto si scontrano brutalmente con la realtà della persona-personaggio, non proprio l’eroe senza macchia e senza paure di cui si parla, è un’altra di quelle batoste necessarie a farci tornare con i piedi per terra, pur restando nello spazio. AHAHAHAH NELLO SPAZIO!!11! CAPITO LA BATT-Ma soprattutto ci prepara all’incontro con il maestro Yoda in quella che è a mani basse la scena più bella ed emozionante di tutto Gli Ultimi Jedi.
Guardate, non è facile sedersi a una scrivania oggi, nel 2017, e scrivere nuove battute per quello che è la saggezza fatta pupazzo, uno dei personaggi più saggi della narrativa mondiale, ma anche uno dei più grandi maestri di vita di sempre con tutti i limiti che un personaggio fittizio può avere. Rian Johnson c’è riuscito. Nel 2017. E qui potrei elencarvi tutte le sue battute copia-incollandole da imdb, ma quello che ci tengo a sottolineare è che nel momento di maggiore depressione per Luke, Yoda gli ride in faccia e lo prende per il culo, perché la vita va presa sempre sorridendo, anche nel fallimento e nelle difficoltà. Una lezione che detta così sembra la più retorica delle puttanate, ma che quel pupazzo maledetto rende estremamente concreta e meravigliosamente valida.

I meriti di Johnson non si fermano ovviamente qui. Per una volta in questa saga leggendaria fatta tutta di immagini pazzesche, la sceneggiatura ha un ruolo fondamentale. Innanzitutto, il film non finisce quando pensiamo stia per finire perché per la prima volta nella saga spunta fuori un bel quarto atto (fino ad ora ci avevano abituato ai tradizionali 3: introduzione dei personaggi, sviluppo del conflitto, risoluzione della storia), ma in generale si gioca moltissimo con le aspettative degli spettatori sia in quanto film di Star Wars (es: la fine di Snoke, che tutti pensavano sarebbe stato il cattivissimo finale), sia in quanto film d’avventura in generale (es: il fallimento del piano di Finn e Rose). E infatti in questo film succedono un sacco di cose, molte delle quali importantissime per la trama dell’intera trilogia, e il grado di coinvolgimento è piuttosto elevato, le emozioni sono tante e alla fine se ne esce abbastanza provati, nel bene e nel male.
Sul finale il film riprende anche le fila del discorso iniziato e approfondito a dovere da Rogue One circa il sacrificio personale per il bene degli altri: muoio io, così che gli altri e quelli che verranno dopo di me possano vivere e possano vivere meglio. E non parliamo soltanto della morte di comparse o di eserciti che non conosciamo e non vediamo (che pure muoiono e rappresentano un peso maggiore del solito per i protagonisti e per noi), parliamo del sacrificio dei protagonisti (tutti in Rogue One, qui Luke, Holdo e Finn che sopravvive solo per un intervento esterno, ma la decisione l’aveva presa). In tutto Gli Ultimi Jedi aleggia l’ombra della morte, inevitabile e sempre più vicina. Alla faccia del film Disney e del vendere giocattoli.

“T’ammazzo”

Non mi sembra ci sia neanche granché di cui lamentarsi sulla struttura del film che ricalca quella de L’impero colpisce ancora, ma in una maniera sicuramente più nascosta e intelligente rispetto a quanto fatto da Abrams con Il Risveglio della Forza che purtroppo ricordava troppo facilmente Una nuova speranza. E dico “purtroppo” perché in realtà i due film erano diversissimi, così come lo sono Gli Ultimi Jedi ed Episodio V, ma qualcuno si è comunque sentito in diritto di dire che erano uguali e che la cosa fosse inaccettabile. Eh, belli miei, che vi devo dire… penso che quanto scritto finora renda abbastanza l’idea. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, considerando quanto detto finora (ci torneremo anche più avanti), Gli Ultimi Jedi, sempre sulla scia di TFA, riflette sulla sua stessa natura, su cosa possa essere oggi Star Wars, una saga nata quarant’anni fa da tutt’altre premesse. In questo modo il film si inserisce in un discorso di decostruzione del mito che affonda le proprie radici in Sergio Leone e nella sua decostruzione totale del western, fattasi a sua volta leggenda con l’intramontabile C’era una volta il West. Rian Johnson qui fa più o meno lo stesso, in misura nettamente minore (non esageriamo) rispetto a quanto fatto da Leone. Si tratta di cinema che riflette su se stesso, una roba che oggi è relativamente facile da fare se devi girare un film indipendente con quattro spicci, ma una roba da capogiro per un film Disney da 200 milioni di dollari di budget, pensato per incassarne ben più di un miliardo.

Semmai, l’unico appunto che si può fare a Rian Johnson riguardo Gli Ultimi Jedi riguarda proprio la fattura del film, nettamente inferiore a quella de Il Risveglio della Forza che rimane il migliore della saga finora (incluso Rogue One) soprattutto grazie a quei 40 minuti iniziali che sono semplicemente perfetti e letteralmente da mozzare il fiato. Qui Johnson dilata i tempi a suo piacimento e si prende la libertà di sbroccare a un certo punto come già fece con Looper, inserendoci un quarto atto impensabile. E non è che ci siano errori gravi di regia, si tratta per lo più di dettagli insignificanti che però danno leggermente fastidio all’occhio: qualche inquadratura angolata male, qualche brutto primo piano, ma anche troppi primi piani, un montaggio non delicatissimo e scene d’azione un po’ confuse, un po’ che guardano nel punto meno interessante. Più significativa è la difficoltà di Johnson ad amalgamare bene l’azione, l’adrenalina e la tensione con i momenti più comici e quelli più drammatici (cosa in cui Abrams si era dimostrato un maestro). C’è insomma una separazione un po’ troppo netta tra questi momenti che per fortuna la sovrabbondanza di eventi sfasciamascella fa pesare meno del previsto.
Vera nota dolente del film: il momento alla Superman di Leia che è abbastanza inguardabile.

Ma parliamo un po’ di quant’è bravo John Boyega a urlare YUHUUU!!

Tutto questo senza negare che ci sono diversi momenti davvero molto belli da guardare e riguardare. Dall’utilizzo del colore rosso nella stanza di Snoke (il combattimento di Rey e Kylo contro le guardie è diretto molto bene, sono riusciti a rendere chiari e convincenti tutti i movimenti e a nascondere al meglio le parti più violente senza farcelo pesare troppo) o sul pianeta di sale (che non ha motivazioni per essere rosso, ma è fighissimo e quindi va bene) alle evidenti influenze nipponiche di Kurosawa (tutto il quarto atto) e anche dei manga più moderni (quando Laura Dern vestita malissimo si schianta contro l’ammiraglia di Snoke c’è un momento di silenzio in cui l’immagine si ferma e sembra di guardare una tavoletta di un fumetto qualsiasi giapponese).

In conclusione, tutti questi stravolgimenti di trama e di idee, queste caratterizzazioni dei personaggi, gli Jedi che non esistono più (CAPITOOO) e la democratizzazione della Forza (BOOOM!) (anche se per certi versi era inevitabile, qualcuno ha detto Trump?) e così via… tutto questo può sembrare un tradimento dello spirito e della natura di Star Wars, ma in realtà è l’esatto opposto (vedi Leone). È un passo in avanti (mai sentito parlare di passi in avanti? No? Ci credo) coerente, ben gestito e soprattutto imprescindibile, come dicevamo prima, per ribadire tutto l’affetto di questo mondo per questa impareggiabile saga che ha bisogno di nuova linfa vitale per continuare ad andare avanti. Certo, si poteva raggiungere lo stesso risultato prendendo mille altre strade, ma francamente non ho nulla di cui lamentarmi. Poteva andarci molto peggio e faccio fatica a nascondere l’ammirazione per il coraggio e l’intelligenza con cui è stato gestito il progetto finora. Che poi è tutto riassunto in una frase che Kylo Ren dice a Rey (ancora riferimenti meta) per convincerla a passare al lato oscuro:

The Empire, your parents, the Resistance, the Sith, the Jedi… let the past die. Kill it, if you have to. That’s the only way to become what you are meant to be. 

Una frase che sembra scritta apposta per quanti avrebbero rivendicato e rivendicano un forte attaccamento al passato della saga e che vedono Gli Ultimi Jedi o troppo uguale a cose già viste o troppo diverso e quindi blasfemo. E ovviamente non è una frase che vale solo per Star Wars… ed ecco che torniamo alla narrativa di formazione e all’ennesima dimostrazione che questo sia un ottimo prodotto di intrattenimento adatto a tutti, ma straconsigliato ai più giovani.

Jeez, ho scritto troppo e potrei non aver risposto in maniera diretta a tutto, ma con un piccolo sforzo potreste anche risolvere da soli i buchi restanti. Sempre nella speranza che sia stato abbastanza chiaro.

Ora vi saluto che vado a mettere sul curriculum che ho scritto una recensione di tremila parole sul nuovo Star Wars cominciando da Nanni Moretti.

Sunday Cloverfield Restaurant

Mi piace l’odore dei pancake al mattino. Soprattutto se è domenica e ho dormito più ore di quante ne ho dormite in tutta la settimana. Che bel momento! Finalmente posso addentare la mia meritata e stramaledetta dose occasionale di pancake.

Ahh troppo buono.
Solo una porzione poi mi rimetto a lavorare. Sì, sì.

Solo… una… mmmh… squisito!

Uh, forse sto facendo facce troppo idiote, la cameriera mi ha guardato e si è messa a ridere.
Ma non è colpa mia se questi cazzo di pancake sono così buoni! A volte mi viene voglia di mandare tutti a-

“A tutti i blogger là fuori, se state ascoltando questo messaggio…ma sicuramente lo state ascoltando, in caso contrario non avrebbe comunque senso chiedere se state ascoltando il messaggio, giusto? Perché andrebbe a vuoto e quindi…Scusate.”

Ma che cazz…!?!?

“Non so bene come iniziare questa cosa…
Alcuni di vi già mi conoscono, altri no. Non ha importanza. Mi chiamo PizzaDog, sono un Mighty Blogger come voi e come voi sono stato coinvolto in questa… guerra contro Ezekiel Jackson.”

PizzaDog!? Ma da dove… Sono l’unico a sentirlo?

“Non so dove siete, non so cosa avete affrontato o in che casino vi troviate, ma so esattamente cosa state passando.
Ci siamo messi in gioco mettendo a rischio le nostre anime, abbiamo dovuto dire addio alle nostre vite e ai nostri cari senza neppure poter rivelare loro alcunché e per cosa? Per una faida che non ci riguarda, una guerra di cui eravamo all’oscuro contro un nemico che a stento conosciamo.
Abbiamo dato anima e corpo affidando le nostre vite ad agenti segreti che non sono riusciti a proteggerci e di cui non possiamo neanche più fidarci ed infine qualcuno ha tradito…
Ora la SAG è sepolta, come ben saprete, i suoi agenti sono dispersi e mentre noi ci lecchiamo le ferite inflitteci dal nostro nemico, il potere di Ezekiel accresce sempre di più.
Siamo perduti, è vero. Stiamo vivendo il nostro momento più buio mentre la speranza vacilla.”

Mmh, capisco. Facciamo progressi, eh. Bravissimo.

“Ma ora, stremato e privo di forze, io sono qui a chiedere ad ognuno di voi: siete pronti a rialzarvi? Siete pronti a fargliela pagare, a fare la cosa giusta ancora una volta nella nostra vita? Siete pronti a spendere ogni briciola di fottuta energia rimasta per affrontare il bastardo che ha dato inizio a tutto questo?

Sono qui a fornirvi gli strumenti necessari. Grazie all’aiuto di alcune…amiche e ad alcuni piccoli alleati che chiamo “prodigi” sono riuscito a mettere su una rete di comunicazione segreta in grado di occultare anche il più piccolo dei messaggi. Ne Ezekiel ne nessun’altro al mondo è in grado di tracciare questa chiamata e allo stesso modo nessuno potrà localizzare la vostra posizione. In questo modo possiamo tenerci in contatto, possiamo darci forza a vicenda.

Quindi se ricevete una chiamata rispondete.

Se captate una richiesta di aiuto accorrete, se vi trovate in difficolta non esitate a chiedere supporto.

La forza di Ezekiel sta nella paura, la nostra nell’unione. Dobbiamo restare uniti e ristabilire l’Adunanza.

Questo è solo l’inizio.

Che le mie parole siano da monito: i Mighty Bloggers non hanno ancora finito con Ezekiel Jackson

Puoi dirlo forte, vecchio mio. Era esattamente quello che volevo sentirmi dire.
Basta pancake per oggi. Non c’è più tempo da perdere.

 

Cosa significa la vittoria di Moonlight agli #Oscars2017?

A conti fatti è difficilissimo non essere contenti per Moonlight. Film minuscolo ma immenso, realizzato con un budget insignificante ma un cuore grande così. Non il migliore dei 9 (non lo era neanche La La Land), ma quello che più di tutti ha esorcizzato le ansie e le paure dell’America di oggi raccontando la storia che volevano vedere, come la volevano vedere. È ovvio che se Trump non avesse vinto le elezioni, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Ma la realtà è che Donald Trump è il Presidente degli Stati Uniti e quindi è naturale – è giusto! – che certi temi e certe storie acquistino più significato e contino di più per certe persone in un determinato contesto. Ed è giusto riconoscere a determinati film la loro rilevanza storico-sociale. I film, signora mia, non vengono fatti a caso e il cinema è sempre stato politico.
epic-fail
Gli Oscar, scusate se lo ripeto per l’ennesima volta, non hanno mai premiato il film migliore di tutti, lo sforzo tecnico più grande, ecc., e non sono premi assegnati da una giuria di critici cinematografici esperti che riflettono a tavolino e ragionano come se fossero isolati dal mondo esterno. Gli Oscar sono assegnati dagli stessi lavoratori attivi in quel di Hollywood (attori, registi, produttori, costumisti, scenografi, ecc.) e hanno sempre assecondato le mode, i costumi, gli eventi e gli interessi della propria epoca. In questo senso, la vittoria di Moonlight appare quasi ovvia. Non sarebbe stato brutto, ingiusto o sbagliato se avesse vinto La La Land, tant’è che l’epico errore della busta e l’apparente vittoria del film di Chazelle non avevano suscitato alcuno scalpore. La sua vittoria era data per scontata praticamente da tutti, trattandosi di un film che celebra Hollywood, i fasti della sua Golden Age, e al tempo stesso la rinnova. Tuttavia, per quanto fosse un film radicalmente moderno (nella forma e nel contenuto) e non avesse nulla a che fare con i musical di una volta, a parte i rimandi espliciti, La La Land non era un film universale e non aveva quel quid che lo rendeva importante. Non aveva, in altre parole, le caratteristiche adatte a ergersi a monumento della contemporaneità per rispondere ad un urgente bisogno degli americani. Cosa che invece è riuscito a fare Moonlight, per ovvi motivi se avete visto il film.
Inoltre, uno degli elementi tipicamente moderni che ho trovato in La La Land è questa schizofrenia latente che magari si fa fatica a individuare scena per scena, ma appare più evidente (almeno per me) se si pensa al film nel suo complesso (e ancora di più se si vede una qualsiasi intervista al suo regista…). Da questo punto di vista mi fa piacere abbia vinto un film per nulla schizofrenico come Moonlight, che non è neanche un film vecchio, quindi da leggere in un’ottica vintage o checchessia. Il film di Barry Jenkins è semmai un prodotto di questa schizofrenia: stanco, ferito, frustrato, sinceramente sofferente, disilluso ma maturo e mai rassegnato, bensì ancora con la forza di vedere la luce in fondo al tunnel (demmerda).
Al di là delle preferenze, dei gusti e delle opinioni personali relative ai singoli film, e al di là dei tristi qualunquismi snob di cui non ci libereremo mai, la vittoria di Moonlight non può che essere apprezzata e accolta festosamente. Se non altro, perché ribadisce ancora una volta la centralità del Cinema (e dei film) nel mondo di oggi.
screen-shot-2017-02-26-at-8-06-05-pm
Potrei averci pensato troppo e potrei aver delirato forte. Sicuramente accadranno un’infinità di eventi che mi contraddiranno e smentiranno, ma sono convinto che la vittoria di Moonlight abbia un significato profondo su cui vale la pena riflettere. Non posso fermarmi a un fastidiosissimo “Ah sì, i giovani, i neri e i gay… ovvio”. Potrò sbagliarmi, ma almeno adesso, dopo tutto questo pippone, posso affermare con molta più tranquillità, meno retorica e più cognizione di causa, che gli Oscar 2017 hanno lanciato un segnale fortissimo. Premiando Moonlight con il premio più prestigioso contro ogni previsione, hanno espresso un desiderio di cambiamento radicale – dalla politica al modo stesso di pensare delle persone – che è sincero e significativo (almeno più delle ruffianerie a cui siamo abituati) proprio perché venuto fuori inconsciamente.
oscars-tour-bus-prank

MA PERCHÉ!?!? SEI IN DIRETTA MONDIALE, HAI DAVANTI A TE LE STAR PIÙ GRANDI DEL MONDO E TI METTI A FARE I VIDEO E LE FOTO COL TELEFONO!?!?!? SE TI BECCO TE LO SCIOLGO NELL’ACIDO QUEL TELEFONO, STRONZO!


P.S.: Stavo per chiuderla lì quando mi è balzato in testa un nuovo pensiero curioso. Siccome però sono pigro e d’altronde non posso scrivere post troppo lunghi altrimenti vi lamentate e nessuno mi legge, ve lo lascio qui abbozzatissimo come ulteriore spunto di riflessione per voi e famiglia.

Dopo le polemiche dell’anno scorso circa gli #OscarsSoWhite, le nomination di quest’anno ci hanno fatto un po’ sorridere perché sembrava che l’Academy volesse farsi perdonare inserendo tutti gli attori non bianchi disponibili sulla piazza (in realtà sono stati gentili in generale con i film riguardanti o comprendenti le minoranze etniche). Ecco, quello magari sarà sembrato, giustamente, un gesto un po’ paraculo e apparentemente inutile e insignificante. Lo pensavo anche io. Ma ora che Moonlight ha vinto come miglior film, comincio a pensare che quell’inclusione quasi forzata sia invece servita eccome. Credo abbia smosso le acque più di quanto chiunque lo riteneva possibile. Lo so che può sembrare assurdo e banale per chi pensa di vivere in un mondo civilizzato, ma nel frattempo non trovo altre spiegazioni plausibili. Le due cose potranno non avere un legame diretto e causale, ma sono senza dubbio coerenti tra di loro all’interno di un discorso più ampio. E forse per una volta dovremmo fare doppiamente i complimenti all’Academy. Incredibile, eh?

I 10 migliori film del 2016 (secondo uno che non li ha visti tutti)

Ne ho visti 110 di film usciti in sala, o su piattaforme legali online, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2016. Non tantissimi per chi fa il critico cinematografico di mestiere, ma abbastanza per rivendicare il diritto di una mia personalissima classifica di quelli che ritengo i 10 film migliori dell’anno. Sia chiaro: ogni classifica è sbagliata, è ontologicamente fatta per essere insultata, smontata e rivalutata. La mia invece no, è perfetta e non potete farci niente.

Burle.

(che poi è anche una classifica abbastanza uguale a tutte le altre che trovate in giro).

Questa volta più che nella scelta dei film da inserire, il difficile è stato metterli in ordine, tant’è che fossi in voi presterei poca importanza ai numeri, soprattutto delle prime posizioni (tanto il film davvero più bello che ho visto quest’anno non c’è, perché in Italia esce l’anno prossimo).
Buona lettura.

maxresdefault

L’anno scorso fu comunque un annata decisamente migliore.

10. The Neon Demon 

L’ultimo lavoro di Nicolas Winding Refn è rientrato in questa classifica di prepotenza. L’avevo scartato persino dai venti titoli iniziali e l’ho ripescato solo all’ultimo minuto. Perché da quando l’ho visto è rimasto lì a provocarmi, sapendo che l’avevo amato più di quanto non riuscissi a spiegarmi. The Neon Demon è infatti una grande esperienza (fortunato chi l’ha visto in sala), un trip allucinante ma mai in modo gratuito, di quelli che ti restano dentro. E l’ho amato perché è un film che parla delle donne e di quanto possono essere perfide e letali. Usa simboli, specchi e metafore visive mai fastidiose, più una colonna sonora da urlo. Ma parla soprattutto di bellezza, offrendo interessantissimi spunti di riflessione. Cos’è o dove si trova la bellezza? Fino a che punto può ossessionare le persone? È pericolosa? Photoshop è forse il diavolo vestito da software?  ecc. Tutto un discorso che – azzardo – può essere letto ANCHE (non ce n’è realmente bisogno) come NWR che risponde a tutti i suoi detrattori che lo accusano, sbagliando, di pensare solo alla forma e non al contenuto.
Insomma ho amato questo film perché è molto personale, forte e pur prendendo ispirazione da mezzo mondo, affascina e cattura, parla quasi solo con le immagini ed è incapace di annoiare. E inoltre amo ovviamente Nicolas Winding Refn e l’eleganza con cui se ne strafotte di quello che gli dice la critica mondiale (che sarà contenta solo quando vedrà un Drive 2… peccato che quello che invece ci sta regalando Refn è forse pure meglio di Drive).

elle-fanning-neon-demon

9. The Nice Guys

Un altro film che aspettavamo da una vita e che purtroppo non ha ricevuto il riscontro economico che meritava. The Nice Guys è Shane Black a ruota libera. Ѐ Shane Black che fa finalmente il cazzo che gli pare, ovvero tutto quello che piace a noi di Shane Black. E infatti è probabilmente il suo film migliore. Non solo sveglio e divertente, ma anche tecnicamente elaboratissimo, nella shaneggiatura, così come nella costruzione dell’inquadratura. Le risate arrivano sia dai dialoghi che dalle azioni e la risoluzione del caso su cui investono i protagonisti funziona strepitosamente grazie a un sapiente dosaggio delle informazioni. Ryan Gosling e Russell Crowe sono poi in stato di grazia e perfettamente in sintonia.

niceguys

8. Zootropolis

Noir poliziesco, buddy-cop movie, commedia, avventura e in sottofondo una critica sociale e politica sottile ma devastante sulla diversità non tra persone (come succedeva in passato), ma tra intere categorie o classi sociali. L’ultimo prodotto dei Walt Disney Animation Studios è un instant classic che può vantare, tra le altre cose, uno dei mondi antropomorfi più belli e affascinanti mai visti al cinema. Capolavoro meno rivoluzionario di Frozen (che ribaltava tutto e rendeva finalmente giustizia al mondo femminile), ma molto più raffinato ed elaborato tecnicamente.

23661-zootropolis-streaming

7. The Hateful Eight

Con un livello di citazionismo ai minimi storici, The Hateful Eight è Quentin Tarantino allo stato puro. Con un Robert Richardson in stato di grazia insieme a tutto il corposo cast, il film è l’esaltazione del mezzo cinematografico. Voglioso di dare la stessa importanza a tutti i dettagli dell’inquadratura, così come maggior importanza a certi dettagli della trama, questo è il film in cui Tarantino dimostra più di tutti il piacere che prova nel raccontare storie, condividendo questo piacere con il pubblico stesso. Non è un caso, infatti, che i momenti migliori siano quelli in cui sono gli stessi personaggi a raccontare delle storie. E non importa nemmeno che siano storie vere o false (all’interno della finzione, ovviamente) perché il piacere è sempre nel raccontare, non nella storia in sé.
Pieno di personaggi memorabili (almeno quattro degli otto protagonisti), The Hateful Eight è semplicemente un grosso spettacolo, piacevolissimo da seguire pur nelle sue tre ore di durata e con un finale pieno di sangue irresistibile.hateful-eight-tarantino-trailer-screencaps-32

6. Il figlio di Saul

Se pensavate che l’Ungheria non sapesse fare grande cinema (se non addirittura film in generale) e che i film sull’Olocausto avessero ormai esaurito le loro possibilità, vi sbagliavate. DI GROSSO.
Il figlio di Saul racconta la storia di un prigioniero di campo di concentramento che lavora per le SS ripulendo le docce dopo che la strage è avvenuta. Quando vede il cadavere di un ragazzo si convince che si tratti del figlio e allora impazzisce. Decide infatti di fare l’impossibile: rubare il cadavere, trovare un rabbino tra i prigionieri e dare una degna sepoltura al ragazzo. Tutto questo di nascosto.
Una trama così avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi film. László Nemes caccia fuori, però, un’idea di regia pazzeschissima: attacca la telecamera addosso al protagonista in modo che, di spalle o di faccia, resterà lui per il 99% del tempo l’unico soggetto a fuoco. E mentre Saul tenta l’impossibile, intorno a lui accadrà di tutto, la gente gli morirà affianco e rischierà lui stesso di morire più volte. Ma l’incredibile è che poco di tutto questo ci verrà mostrato veramente. Molto di quello che accade, accade in realtà solo nella nostra testa. Il film ce lo suggerisce soltanto mostrandoci quel determinato particolare e/o quel determinato suono che bastano a farci intuire tutto.
Inoltre, come se non fosse abbastanza, il film è un continuo seguirsi di piani sequenza elaboratissimi che non lasciano più alcun dubbio sulla natura straordinaria di questo film e del lavoro dei suoi realizzatori.

saul_fia_son_of_saul_still

5. Lo chiamavano Jeeg Robot

Un fulmine a ciel sereno. L’esordio alla regia di Gabriele Mainetti è semplicemente folgorante. Finalmente un cinecomic italiano che rispetta sia le caratteristiche base (dettate dagli americani) del genere, sia il materiale e le storie di cui tratta, sia il pubblico al quale si rivolge. Allo stesso tempo riesce a rendere tutto italianissimo (che poi in realtà sarebbe romanesco) senza cadere nel ridicolo, ma anzi tenendo bassissimo il “senso della cazzata”, così da piacere anche ai vecchi decrepiti che riempiono il nostro paese. Un trionfo completo che raggiunge vette impensabili grazie anche a Luca Marinelli che si porta a casa il premio come miglior villain dell’anno.

lo-chiamavano-jeeg-robot-v1-467556-1150x16

4. Ѐ solo la fine del mondo

Xavier Dolan continua a spiazzare tutti per la sua impressionante capacità, a fronte della giovane età (ha 27 anni e questo è il suo sesto film da regista), di saper controllare così bene i suoi film e continuare a lavorare sul suo modo di raccontare storie, che è suo e di nessun altro. Non è tanto una questione di stile, quello tutti possono averlo, quanto proprio un diverso approccio al racconto e ai temi che si vuole raccontare. Come con i precedenti film, Dolan lavora anche qui sulla vicinanza paradossale, soprattutto nel rapporto tra familiari,tra l’odio più profondo e l’amore più forte, due sentimenti talmente estremi da sfiorarsi.
Ѐ solo la fine del mondo è infatti un melodramma familiare inedito, moderno e sfrontato nella narrazione (quanti primi piani! quanto sono lunghi e quanto sono belli!). Ti colpisce dove non pensi di poter essere colpito, i personaggi tirano fuori ragioni anche quando non ce le si aspetterebbe e la nostra capacità di giudizio crolla di fronte alla tristezza della situazione e dei personaggi da cui non si scappa.

its-only-the-end-of-the-world

3. Spotlight

“THEY KNEW AND THEY LET IT HAPPEN!” Lo sfogo finale di Mark Ruffalo è quanto di più vero e sentito si possa chiedere ad un film che vuole ricostruire la scoperta di tremendi fatti realmente accaduti (gli abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston ai danni di minori, abusi che erano stati insabbiati dall’autorità ecclesiastica e scoperti solo nel 2001 da giornalisti del Boston Globe). Quello sfogo racchiude alla perfezione tutta la rabbia e la delusione che questo film incredibile vuole rappresentare. Ed è un film incredibile perché appunto non si limita banalmente a insultare e incolpare i colpevoli di quei terribili gesti, non sbandiera il proprio odio e la propria indignazione vantandosene, ma lascia che i fatti emergano come sono emersi nella realtà e lascia che i personaggi reagiscano a questi fatti in maniera naturale (= credibile). Non è una rabbia imposta, ma una costruita e per questo più efficace. Il film di Tom McCarthy è un trionfo di sceneggiatura e recitazione, apparentemente semplice, ma in realtà frutto di un lavoro quasi impossibile che viaggia parallelo a quello svolto dai personaggi del film.

spotlight-movie

2. The VVitch

La vera bomba dell’anno. Presentato al Sundance nel gennaio 2015, distribuito in sala negli USA a febbraio 2016, e solo ad agosto in Italia. The Witch è l’horror dell’anno, forse pure di più, anche se forse non è proprio un horror in senso classico. È spietato, rarefatto, girato come un film d’autore, ma sempre e comunque un film di paura. Perché è proprio di quello che parla: la paura delle persone comuni ai tempi della vera caccia alle streghe nei primi anni del ‘600. È una ricostruzione fedelissima (anche solo il lavoro sui costumi è mostruoso) dell’America ai tempi dei padri pellegrini, fatta attraverso diari, lettere e altri documenti dell’epoca, che racconta in particolare la storia di una umile e isolata famiglia di allevatori e contadini. Un film raffinatissimo che raggiunge l’origine delle paure, il massimo dello spaventoso attraverso il massimo del realismo. Ti cala nel suo mondo facendoti capire che le paure degli americani dell’epoca non erano affatto infondate. Ti mostra come e perché tutte quelle superstizioni e quelle fobie (quelle secondo cui le donne e le caprette incarnavano il male e andavano quindi uccise) sono nate e si sono mantenute a lungo.
Film da non perdere ad alcun costo e per nessun motivo al mondo.
La conferma definitiva che il nuovo e migliore cinema d’autore vive (e può vivere, per chi cerca il massimo della libertà artistica come la cercava Robert Eggers) nel cinema di genere.

56b5f595cefd96b271ebcf66_13

1. Everybody Wants Some!!

Richard Linklater è ormai diventato un maestro nel trovare un senso cinematografico ai momenti più apparentemente insignificanti della vita quotidiana delle persone. Everybody Wants Some racconta il weekend di arrivo al college prima dell’inizio delle lezioni. Niente trama vera e propria, nessun evento clamoroso, nessun conflitto da risolvere, nemmeno una certa evoluzione dei personaggi (cominciano solo ad instaurarsi delle amicizie e l’unico interesse amoroso nasce a malapena). Everybody Wants Some!! non arriva da nessuna parte, sembra materiale scartato da un altro film, eppure è fenomenale. Linklater vuole ricreare lo spirito dei personaggi di cui si interessa (giovani ragazzi tanto spensierati quanto arrapati e consapevoli della potenza seduttiva del proprio corpo) e ci riesce! Il risultato è un film magnificamente inconcludente, due ore irresistibili di scene che non dicono niente eppure dicono tutto. Completamente slegato da qualsiasi regola cinematografica, è il film che ogni autore desidererebbe fare oggi.

evwantsome

 


Altri titoli belli belli che stavano per entrare in top 10 (in ordine sparso): Divines e Hell or High Water (entrambi disponibili su Netflix), Il Libro della GiunglaSing Street, Steve Jobs, Café Society, Eye in the Sky, Dentro l’inferno10 Cloverfield Lane, Perfetti Sconosciuti e Rogue One.

La grande guerra di Matthew McCoso: Free State of Jones

A tratti ha l’aspetto di un film tv dal grosso budget (lo si sospettava anche dai trailer in realtà) e in effetti forse come miniserie sarebbe stato più efficace. Comunque sia, Free State of Jones è uno dei film più strani e curiosi dell’anno, ma anche uno dei più attuali e significativi.
Sin dalla prima didascalia promette di raccontare una ministoria nella Storia, basata su fatti realmente accaduti, in un arco narrativo insolito che va dal 1862 al 1876 (quindi guerra di secessione americana e successiva decade). In più si aggiungono dei flashforward sparsi qua e là lungo il film, ambientati 85 anni dopo, negli anni 50, e con protagonista un discendente del nostro protagonista interpretato da Matthew McCoso.

matthew-mcconaughey-nel-trailer-italiano-di-free-state-of-jones

Free State of Jones non è un prodotto mainstream, sebbene abbiano provato a venderlo come tale. Non è il solito film anti razzismo o il solito polpettone sulla conquista dei diritti umani e civili. Non è nemmeno una semplice storia di ribellione/vendetta contro le ingiustizie portate avanti dalle istituzioni o da singoli uomini ricchi e potenti. Ha sì un intento un po’ didascalico dal punto di vista della ricostruzione storica (per almeno metà film siamo in zona history porn), ma anche se fosse quello lo scopo (e non lo è), non è mai banale, paternalistico, buonista, vanaglorioso o fine a sé stesso. Free State of Jones non è quindi 12 anni schiavo, non è Il Patriota, non è Selma, non è Lincoln, non è un maledettissimo film da salotto, né un film di genere o uno di quelli strappalacrime che vorrebbero pure farti sentire fiero di non aver frustato nessuno nelle ultime 24 ore.

Free State of Jones è una riflessione molto più ampia, acuta e sottile (cioè non apertamente dichiarata) su cosa voglia dire fare una rivoluzione e su cosa voglia dire lottare per i propri diritti. Free State of Jones racconta l’ossessione di un uomo che con fare quasi masochista si ostina a riprendere in mano il fucile ogni qual volta qualcuno cerca di negargli i propri diritti. Quella che combatte Newton Knight (McCoso) è una guerra che non ha fine e che vede sempre meno persone disposte a combattere al suo fianco (lo dimostrano anche i flashforward con le accuse assurde che riceve il suo pronipote). Perché ad ogni vittoria, ad ogni conquista di un diritto, ad ogni raggiungimento di uno status migliore da parte di una categoria di individui discriminata o di “serie B” come era la popolazione nera dell’epoca, seguono sempre nuovi e più malvagi soprusi. E quindi nuove battaglie. In altre parole, là dove quasi tutti gli altri film finiscono, Free State of Jones comincia invece a fare sul serio, a dimostrarti che neanche un diritto sancito dalla carta costituzionale cambia davvero le cose e che mentre tanti si accontentano e si tirano indietro dalla lotta per paura di lasciarci le penne, ci saranno sempre dei folli pronti a combattere e a rischiare la propria vita affinché quei diritti vengano rispettati fino in fondo. Anche in nome di chi è morto combattendo al loro fianco. Perché è giusto così.

free-state-of-jones-v1-501460-1150x16

Insomma questo è un film che ti cresce dentro col tempo. Inizialmente può lasciarti anche un po’ spaesato e confuso (non è perfetto, sticazzi), ma sul finale costruisce alcune delle immagini più potenti e significative viste quest’anno, nonché tra le più rappresentative di tutto il 2016. Una per tutte: Matthew McConaughey che va a votare per il Partito Repubblicano con in mano un fucile e con un folto gruppo di uomini neri al suo seguito. Un momento che sono andato a rivedere più volte, applaudendo ogni volta più forte.

Quindi sì, Free State of Jones è un filmone, ma qua lo scemo potrei essere io che mi aspettavo qualcosa di meno da quel geniaccio di Gary Ross.

P.S.: Sottolineo infine la scelta azzeccatissima di McCoso, che oltre a regalarci un’altra prova eccezionale, è anche IDENTICO al vero Newton Knight di cui vediamo qualche foto nei titoli di coda. Finalmente un casting davvero fedele all’originale!


Bonus Quotes:

  • “12 anni schiavo puppa la fava.
  • “A sorpresa, uno dei film simbolo del 2016”
  • “Quando imbracciare un fucile vale più di mille parole”

Per un Pugno di Cazzotti
10988555_868204039909418_5248595200731980460_o

Animali Notturni e dove trovarli: Dawn of Metaforone

Animali Notturni è un po’ la dimostrazione pratica che non puoi diventare Kubrick o Hitchcock al tuo secondo film, in particolar modo se hai passato gran parte della tua vita finora fuori dal cinema. In realtà già con A Single Man (uscito 7 anni fa), era chiaro che Tom Ford fosse il classico riccone che d’un tratto decide, potendoselo permettere senza che nessuno dica niente, di cimentarsi col cinematografò girando per di più un film con ambizioni autoriali altissime, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Alla fine entrambi i film citati, seppur con le dovute differenze, risentono un po’ degli stessi pregi e degli stessi (grossi) limiti: da un lato una voglia ammirevole di parlare più con le immagini (con i capelli(!), gli interni lussuosi, le ombre, i colori, i movimenti del corpo, ecc) che con le parole; dall’altro una palese incapacità di coinvolgere lo spettatore.

animali-notturni-copertina

“Dai, adesso entra in macchina, fai la faccia triste e guarda fisso indietro al tuo passato così facciamo METAFORONE e ce ne andiamo a casa”

Ford è sostanzialmente un tipo molto presuntuoso, ma non so fino a che punto se ne renda conto. I suoi personaggi sono scritti sempre troppo poco, non ci frega mai veramente qualcosa di loro perché non ci viene detto chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. E quindi difficilmente riusciamo a comprenderne pensieri, emozioni e comportamenti (l’esempio più lampante a tal proposito è la chiamata iniziale che riceve Colin Firth in A Single Man, un momento struggente per il personaggio, ma che a noi non interessa e non emoziona perché non conosciamo né il personaggio, né il contesto). Il punto è che l’interesse e l’empatia nei confronti dei personaggi vengono dati troppo per scontato, non vengono costruiti ma è come se ci venissero imposti, perché sì.
Nel caso di Animali Notturni, trama e personaggi sembrano scritti addirittura col pennarello quello grosso, a grandi linee (alcuni personaggi, tipo quello di Michael Shannon, sono proprio abbozzati), ma sembra anche che il film faccia finta di niente. Anzi, sembra suggerirti la presenza di un discorso molto più profondo (here we come, METAFORONE) che in realtà così profondo e complicato non è. Sorpresa n° 1: tutti (o quasi) i film di genere nascondono una metafora; i migliori semplicemente non hanno bisogno che tu utilizzi quella lettura per apprezzarli. Sorpresa n° 2: se credete che le scene più di tensione siano girate particolarmente bene e che a tratti “fa più paura di un film horror vero!!!“, amici miei, forse non avete visto abbastanza film horror.

animali-notturni-amy-adams-copertina

OMBRE METAFORONE!!

Il problema vero di Tom Ford è che gli manca la pratica, gli manca la gavetta e gli manca un percorso formativo vero. E quindi nonostante la fotografia pulitissima, luccicante e gnè gnè gnè, non è difficile notare anche la goffagine che si nasconde dietro. Ad esempio nella gestione fin troppo moscia del ritmo e dei personaggi, e soprattutto nel suo non saper mettere a frutto il parallelo tra la protagonista e il romanzo che lei legge durante il film (sulla carta un’idea niente male davvero). Quello che è forse il punto cruciale di tutto il film sta lì immobile, come se fosse l’obbiettivo in sé e non un mezzo per raggiungere un obiettivo più alto come, ad esempio, che so, emozionare.

Non è tanto il fatto di essere un dramma da salotto alto borghese che vorrebbe elevare ad “arte” una storia abbastanza canonica da revenge movie, ma il fatto di puntare troppo più in alto rispetto alle proprie capacità, fallendo i punti chiave del racconto. Per fare Shining, per fare il film dal fascino misterioso che tu lo vedi cento volte e devi ancora capire perché, non basta una conoscenza impeccabile di tutte le tecniche e le regole esistenti in materia di filmsss. Ti serve anche quel quid, quell’istinto pazzo che maturi solo con una lunga esperienza sui set e che ti permette di avere una consapevolezza e un controllo maggiore su quello che fai e su tutte le pippe mentali che vuoi mettere in scena.

960x540_348278

SPECCHIO METAFORONE!!!!!

Quindi dite pure quello che volete, anche io non nego che Animali Notturni sia un film curioso, non completamente sbagliato seppur molto più piccolo di quello che si crede di essere. Ma in ogni caso, fatemi ‘sto favore e lasciamo in pace Kubrick, Hitchcock, Lynch e tutti gli altri, perché tanto il mondo non sta finendo domani. Lo giuro.


Bonus Quotes:

  • Pensavo fosse vendetta, invece era METAFORONE.

Per un Pugno di Cazzotti
10988555_868204039909418_5248595200731980460_o

La Ragazza del Treno: recensione fatta al volo in macchina guardando fuori dal finestrino

Non è un thriller classico perché si sforza tantissimo di non esserlo, ma non è nemmeno moderno come invece vorrebbe. Il modello sembra essere sempre quello di Fincher e di Gone Girl (che a sua volta si rifaceva a Una Separazione), ma The Girl on the Train non ci arriva manco vicino (capisco che non sia facile, ma non è colpa mia se ormai il punto di riferimento è quello).
(E mettere la parola “girl” nel titolo magari ti aiuta a vendere di più, ma di certo non basta a fare un buon film)
(E io comunque uso tutte le parentesi che voglio)
(Cioè non ci provate proprio a fermarmi)
(Spoiler: Moriremo tutti!! *esce di scena prendendo a calci la porta*)

Chiaramente poco a suo agio con il genere thriller-giallo, il simpatico Tate Taylor (che altrove si è dimostrato ben più talentuoso) è incapace di accompagnarci in maniera avvincente verso la rivelazione del Grande Mistero della Ragazza Scomparsa. È incapace cioè di seminare lungo il film gli indizi giusti al momento giusto, lasciando invece che tutti i nodi vengano al pettine negli ultimi 15 minuti. Che è un po’ quello che non devi fare mai se non vuoi risultare banale e noioso come la morte.
Se il film tira avanti è solo grazie ai suoi interpreti che fanno quasi a gara a chi ci crede di più e fa la faccia più intensa.
(Spoiler: vince Emily Blunt, ma non è un complimento)

9591760dc5

Sguardo misterioso!

Non c’è alcuna voglia di mettere veramente in difficoltà lo spettatore. Siamo sempre obbligati a giudicare chi il film ci dice di giudicare e a prendercela con un cattivo che è cattivo e basta, come se fossimo in un semplice film di genere (peccato non abbia l’onestà intellettuale sufficiente per diventarlo) e bastasse l’effetto sorpresa per soddisfare tutti. Purtroppo, però, il film vuole essere a tutti i costi di più, molto di più (moderno, introspettivo, femminista, o più semplicemente “d’autore”). E come preannunciato fallisce clamorosamente, perché le svolte sono tutte meccaniche, non viene introdotto mai più di un punto di vista valido sulla faccenda e non ti viene mai alcun dubbio di tipo etico/morale/esistenziale da cui poter far nascere un dibattito interessante, o quantomeno una qualche riflessione sulle dinamiche di coppia. Anche quando ti schieri con la persona sbagliata non lo fai perché, cazzo, effettivamente un po’ ha ragione anche lui. Lo fai solo perché il film te lo impone, senza mai essere veramente ambiguo, senza mai aggiungerci un altro livello di lettura. In poche parole, La ragazza del treno è un film coatto, incapace di adattare al meglio un testo che, si intuisce, aveva un enorme potenziale. E la sua scansione temporale basta a dimostrarlo: i continui balzi in avanti e indietro sono forzatissimi, artificiosi, confusionari, non aggiungono sfumature al racconto e non sono nemmeno giustificati narrativamente. Avessero seguito soltanto la protagonista che pian piano riacquista la memoria, avrebbero avuto già molto più senso. Invece sono semplicemente scene rivelatorie messe lì a caso e per mancanza di altre idee, che però fanno più male che bene.

girl-on-the-train-emily-blunt-2-e1451661440951

Ancora più misterioso!!!

Come se non bastasse, nonostante la trama (e il potente cast femminile) lo lasciasse ben sperare, non c’è nemmeno un capovolgimento di genere significativo. Le donne sono ancora degli essere subordinati agli uomini, privi di una loro autonomia e di un mondo loro. Sono sempre le stesse donne che abbiamo visto per la stragrande parte della storia cinema. Tutti i passi in avanti fatti a tal proposito negli ultimi anni sono stati beatamente ignorati, condannando questo film ad essere fuori tempo massimo, in ritardo di almeno (ALMENOH!) 15 anni.
Chiariamoci: anche se fosse uscito 15 anni fa, sarebbe risultato lo stesso un film tutto sbagliato e poco credibile, ma almeno lo avremmo notato di meno, miseriaccia.
Non è il film peggiore di sempre, eh, però non funziona manco per sbaglio. E – peggio ancora – pretende di essere quello che non è. E questa cosa mi fa incazzare peggio dei capelli di Donald Trump.

60188_ppl

MISTERIOSISSIMO!!!1!1


Bonus Quotes:

  • La Ragazza del Treno che ricordava poco ma ci credeva fortissimo!!1!1
  • Più presuntuoso dei capelli di Trump.

#PerUnPugnoDiWoody: un’estate con Woody Allen

allen-7

Woody Allen: genio come pochi, fannullone come noi.

I suoi film non sono esattamente il pane di cui si ciba Per un Pugno di Cazzotti, ma lui è il cineasta-fannullone per eccellenza. Quindi questa è casa sua.

Uno dei registi più prolifici della storia. Nessun altro autore in occidente mantiene più il ritmo di un film all’anno. Lui invece lo fa da 45 anni. E continua a farlo senza fatica ancora adesso che ha superato la soglia degli ottanta anni d’età ed è a quota 47 film (se contiamo solo quelli da lui diretti, compreso Café Society). Visti i numeri non si direbbe, eppure fannullone lo è davvero. Forse è il più pigro di tutti i registi. Per questo motivo ho deciso di farmi in quattro in nome della pigrizia e dedicare tutto agosto al grande Woody Allen.

Sforna un film dopo l’altro con una velocità e una sicurezza impressionante, ma ci riesce solo perché i film li fa a modo suo. A partire dai suoi primi impegni da regista, Allen ha sempre voluto lavorare, letteralmente, come faceva comodo a lui. Sul set cerca sempre la soluzione più pratica e più semplice per portare a casa il lavoro il più in fretta possibile. Finché può, non gira mai fuori New York, né di notte o nei weekend. Se deve girare un dialogo, preferisce evitare i primi piani perché richiedono più riprese e quindi più tempo (lo annoia molto sentire più volte la stessa battuta). Meglio girare lunghi master mettendo tutti gli attori all’interno della stessa inquadratura, che si fa prima. L’importante, in ogni caso, è arrivare a fine giornata con del girato in saccoccia, costi quel che costi.
Uno “stakanovista pigro” potremmo chiamarlo. Uno che non si ferma mai e che non ha problemi a rigirare da capo un intero film con un cast diverso, se lo ritiene necessario. Ma anche uno che alle sei di sera, cascasse il mondo, deve stare a casa per la cena. Poi tutti zitti che giocano i Knicks.

Un regista iperattivo che ha fatto film per tutta la vita perché ama il cinema e si diverte a farlo. Ma soprattutto è un’attività che gli permette di essere costantemente impegnato con la testa, anche sotto la doccia o in ascensore. Non smette di fare film, perché non saprebbe cosa fare altrimenti. Si annoierebbe e cadrebbe presto in depressione oggi, così come in qualsiasi momento della sua carriera. Appena finito un film, si prende uno, massimo due giorni di vacanza, poi si siede di nuovo alla scrivania e comincia a scrivere un nuovo film ascoltando musica jazz.

6a00d8341c630a53ef0162feb96dcc970d-600wi

Talmente grande da dormire mentre suona il clarinetto

Un regista immenso, in realtà profondamente incompreso da una larga fetta di pubblico e critica che continua ad aggrapparsi imperterrita ad un’idea preconcetta di “film di Woody Allen“. Sono almeno vent’anni, infatti, che ad ogni suo nuovo film, c’è chi si lamenta perché non fa più i bei film comici degli esordi e chi lo accusa sempre di essere vecchio, privo di idee e sempre uguale a se stesso. Checché se ne dica, il bello della produzione di Allen sta proprio nel fatto che lui non ha mai smesso di cambiare. Ogni volta un cambio di tono, un uso diverso della fotografia, un nuovo brillante guizzo di sceneggiatura e così via. È una sua filosofia di vita, che lo spinge a cambiare sempre e a non proporre un unico tipo di film. Ma basta anche guardare, ad esempio, come è improvvisamente diventato ottimista a partire da Magic in the Moonlight in poi, dopo un’intera carriera che lo ha reso celebre proprio per il suo cinismo e il suo pessimismo.

Il suo cinema sarà pure lontanissimo da quello che solitamente mi piace trattare da queste parti, ma siamo comunque dalle parti del miglior cinema possibile. Magari Woody Allen non sa neanche cosa sia il cinema di menare. Certe cose non le capirà e non le apprezzerà mai, i suoi gusti in fatto di cinema e musica sono quello che sono (fermi al 1950). Anche la sua vita non è nulla di particolarmente interessante (ce ne frega ben poco degli scandali familiari), nel complesso è anzi piuttosto noiosetta e non gliela invidio affatto. Ma in quanto massimo esempio di cineasta pigro, ovvero di uomo che vive di cinema pur restando un fannullone incallito, dovevo celebrarlo in qualche modo.

Venendo al dunque, per tutto il mese di agosto, mese nel quale solitamente il blog è vuoto e voi siete tutti in vacanza, pubblicherò ogni giorno una perla di Woody Allen tratta dal libro Conversazioni su di me e tutto il resto, ovvero la cosa che più si avvicina ad una sua autobiografia, nonché uno dei pochi libri veramente interessanti in materia. Una battuta, un commento critico o un aneddoto. Non le solite barzellette o i soliti aforismi che leggiamo ovunque e che in realtà suggeriscono un’immagine dell’artista molto limitata, ma pensieri e opinioni autentiche e non esclusivamente del Woody Allen di oggi. Il libro contiene infatti interviste raccolte tra il 1971 e il 2006 con un effetto time lapse che è la cosa più figa del mondo perché “offre l’immagine chiara della sua trasformazione da novizio del cinema a regista tra i più acclamati del mondo, e di un percorso di evoluzione e apprendimento” (cit. Eric Lax, p. 7).
Tutto avverrà su Facebook, Instagram e Twitter al grido di #PerUnPugnoDiWoody.

 

Si stava meglio quando si stava peggio: Tarzan, the Ape Man VS The Legend of Tarzan

Prima di andare a vedere il nuovo ed elegantissimo The Legend of Tarzan, quindi prima di scoprire se David Yates non fosse bravo a fare film di Harry Potter o se non fosse bravo a fare film in generale, ho deciso di riscaldarmi vedendo qualche versione cinematografica di Tarzan che ancora mi mancava. Ok, in realtà è stata una decisione non molto premeditata, presa solo dopo che l’occhio mi è caduto su questa immagina qui:

h38jEhbP41rFPu3u7gjvTvIHPsA

E LO SO CHE ADESSO SIETE TUTTI CURIOSI

Quello a destra è lui, Tarzan, interpretato da Miles O’Keeffe. Quella al centro con le gambe aperte che cercano giustizia invece è lei, Jane, interpretata da Bo Derek. Il film si chiama Tarzan, l’uomo scimmia (Tarzan, the Ape Man), è uscito nelle sale americane esattamente 35 anni fa, il 24/07/1981, ed è esattamente come ve lo state immaginando adesso: una roba soft-core porn ignorantissima, molto anni ottanta, ma anche molto anni settanta con tutte le sue perversioni da hippie fattone e la voglia di sputare in faccia a quel puritanesimo che ha segnato l’america almeno fino ai sessanta.

Per cominciare vi lascio qui il trailer, che chi riesce a vedere per intero potrebbe aggiudicarsi l’ambitissimo premio “bravo”:

Per farvi capire quanto sia pervertito questo film – oltre ad essere pieno, tra le altre cose, di scene in cui Bo Derek esce le tette con una naturalezza che tu fai “brava Bo, le scimmie recitano meglio di te, però le tette le sai uscire proprio bene” – sappiate che è letteralmente raccontato da dei pervertiti. Mi spiego meglio: senza alcun motivo preciso, il film comincia con delle voci fuoricampo di alcuni ubriaconi allupati, uno dei quali attira l’attenzione a sé e dice agli altri, e a noi spettatori, che ha una bella storia da raccontare. Bravissimi, quella di Tarzan, 100 punti a Grifondoro. Le immagini però hanno già iniziato a raccontare la loro storia e tu capisci subito che in realtà quelle voci fuori campo non servivano a un cazzo di niente. Non torneranno, infatti, neanche alla fine dei titoli di coda. Niente di niente. Ti anticipano semplicemente quello che avresti capito comunque guardando il film per conto tuo, ovvero che a raccontare questa storia ci sono davvero dei pervertiti.

Oddio, forse l’inizio, a parte le voci fuori campo, non ti da particolarmente l’aria di essere un film solo tette e culi. Anzi, sembra di stare di fronte a un coraggioso b-movie dall’aria seria, con la voglia di azzardare qualche riflessione e magari avvicinarsi al cinema alto. C’è addirittura un gigante come Richard Harris (il primo, indimenticabile Albus Silente and much, much more) nei panni del padre di Jane, che fa di tutto per aggiungere spessore alla trama, riuscendoci purtroppo solo per i primi 15 minuti, finché non viene completamente dimenticato dal film stesso… in favore di tette e culi.
Quindi sì, l’ottimismo dura poco. Quando i personaggi cominciano ad urlare “oh my god” ogni trenta secondi e Bo Derek non la smette di bagnarsi quel vestitino trasparente che indossa, capisci che Zack deve aver preso una brutta botta in testa per pensare, anche solo per un secondo, che il film potesse avere spessore. Povero Zack.

489900-82241_ccde_cel_bo_derek_1981_09_06_122_259lo

Foto autentica dal backstage del film

Ma al di là della mancanza di spessore, che non sempre è un problema, il film scade presto nella noia. Succede pochissimo e succede tutto con estrema lentezza. Ci sono solo (giuro) due scene d’azione in quasi due ore di film. E sono anche le peggiori scene di tutto il film. Su youtube si trova solo la seconda, ma non vi so dire se sia meglio l’una o l’altra. Sono entrambe interminabili e insopportabili, tra le più brutte scene d’azione che vi potrà mai capitare di vedere. D’altronde è questo il rischio che corri quando decidi di girare le scene d’azione INTERAMENTE AL RALENTI. Come porca miseria ti può venire in mente di fare una cosa del genere? Non è che ci sia il “momento al ralenti” durante l’azione, è proprio tutto così. Immaginatevi una goffa azzuffata tra due uomini come la si poteva vedere al cinema negli anni 20 e adesso immaginatevela tutta a rallentatore. Scommetto che vi sentite improvvisamente persone migliori, consapevoli del fatto che con 30.000 lire sareste stati capaci di girare una scazzottata migliore, che a confronto vi chiamavano Gareth Evans.

Un film di pervertiti, dicevamo. Il primo pervertito – che però, attenzione, potrebbe essere anche l’unico – è ovviamente il regista John Derek, qui anche direttore della fotografia, nonché marito… lo avrete già capito tutti… di Bo Derek. Vi ci vorranno all’incirca 0.5 secondi per capire che John è letteralmente ossessionato dal corpo della moglie, ma probabilmente dal corpo femminile in generale.
Fun fact a riprova di ciò: prima di sposare Bo, prima di sposare anche Linda Evans (un’altra biondona) e dopo aver divorziato con la sua prima moglie (una ballerina russa), John è stato sposato con l’indimenticabile Ursula Andress fino al 1966. Che ce ne frega a noi di tutto questo? Ce ne frega, ce ne frega. Perché per questo film di Tarzan, il nostro John ha deciso bene di rifare pari pari la celebre scena sulla spiaggia di Licenza di Uccidere nel modo in cui se l’è sempre sognata, ovvero senza alcun maledetto costumino sexy addosso alla bella bionda. Ora, ditemi quello che volete, date del pervertito anche a me se volete, ma si da il caso che questa sia effettivamente una delle scene migliori del film (se contestualizzata e unita alla susseguente prima apparizione di Tarzan), priva di senso logico, ma fortemente cinematografica.
Fine fun fact.

bfi-00n-79x

Il momento della svolta.

Insomma, se non l’aveste ancora capito, Tarzan, the Ape Man è una cagata pazzesca, piena di poverate e di doppi sensi incredibili. Che poi ci sono quattro elefanti, un leone (il re della foresta, no? eh?) e soltanto TRE scimmiette simpatiche. Nessun gorilla.
Naturalmente, se preso nel modo giusto, e soprattutto se visto con la compagnia giusta, può diventare un passatempo esilarante e svoltare qualsiasi serata.

Eppure, nonostante tutto, è anche un film con delle idee chiare e con il coraggio di restare fedele ad esse fino alla fine. A tratti raggiunge persino i suoi obbiettivi, pur degenerando nel complesso.
I romanzi di Edgar Rice Burroughs, sebbene fossero maschilisti (Jane è la solita damigella in pericolo…) e velatamente razzisti (Burroughs non è mai stato né in Africa, né in Inghilterra…), hanno comunque un peso fondamentale nella narrativa d’avventura e uno spessore tale da alzare discussioni su temi importanti, dalla politica al rapporto con gli animali e l’ambiente. Insomma, tra tutti gli aspetti trattabili, John Derek ha scelto di concentrarsi su quello che gli interessava di più, ovvero l’attrazione fisica e sessuale tra Tarzan e Jane.
Pervertito, starete pensando. Ecco, lui in effetti lo è, pervertito, ma questo non vuol dire che l’argomento in sé sia pervertito e/o privo di interesse. Anzi, per una storia come quella di Tarzan, questo è stato forse uno degli aspetti più ingiustamente non trattati o trattati male. Pervertito o meno, coraggioso o incosciente che fosse, a John Derek va riconosciuto il merito di aver affrontato l’argomento di petto e senza giri di parole. Non stiamo neanche parlando di un film di infima lega, indirizzato solo ai pervertiti. Anzi, all’epoca incassò addirittura 36.5 milioni di dollari (a fronte di un budget di 6.5 milioni), diventando il quindicesimo maggiore incasso dell’anno negli Stati Uniti. Come potete immaginare, la critica lo massacrò (a parte l’infallibile Roger Ebert), ma il pubblico lo rese un successone.

tarzan-the-ape-man

“Mi stai chiedendo quali sono gli ingredienti segreti indispensabili per fare un buon film su Tarzan? Ma è ovvio! Bastano una foresta, un uomo palestrato, una biondona da urlo e, uhm, almeno una scimmia.” Semicit. John Derek

Tornando ai meriti del film, ricordiamo che Tarzan, per chi se lo fosse dimenticato, è un uomo cresciuto nella giungla dalle scimmie. Non ha e non conosce nulla della società occidentale, così come di qualsiasi altro tipo di società. Allora quando entra in contatto con Jane, trovo normalissimo, se non giusto che il film mostri come lui non se ne innamori in senso canonico, ma che si senta soltanto fisicamente attratto da lei. L’unica reazione plausibile che può avere è quella che vediamo, infatti, in Tarzan, the Ape Man (che per il resto non ha nient’altro di realistico, se non i paesaggi e gli animali): le si avvicina e appena si crea un po’ di fiducia reciproca tra i due, la tocca tutta; ma lo fa evitando qualsiasi romanticheria: nessuna bacio, nemmeno alla fine, come è stramaledettamente giusto che sia.
Ovviamente, viste oggi, le scene più erotiche del film sono tremendamente ridicole. TIPO QUELLA IN CUI JANE CHIEDE A TARZAN SE È VERGINE MENTRE MANGIA UNA BANANA. Però nel complesso tra i due si crea una chimica stranamente affascinante, fatta tutta di sguardi e movimenti del corpo, che in qualche modo da senso e legittima tutto il film.
In altre parole, Tarzan, the Ape Man riesce a fare la cosa più difficile di tutte, pur sbagliando tutto il resto: rendere giustizia al personaggio di Tarzan, mettendo in scena il desiderio sessuale, l’attrazione irrefrenabile e senza senso di due corpi vergini, uno dei quali, poverello, non ha alcuna cognizione di anatomia umana o delle pratiche di costume di una società. Magari a tratti il film diventa gratuitamente “volgare” (virgolette d’obbligo), ma almeno resta onesto fino alla fine.

TARZAN, THE APE MAN, Bo Derek, Miles O'Keeffe, 1981, (c) MGM

Ugh… gahh… io Tarzan… tu… tettah…

Ora non dico che l’unico modo per fare un buon film su Tarzan sia fare un film porno su Tarzan. Suvvia, state bboni. Voglio solo ricordare a tutti, per l’ennesima volta, che per fare un film in generale (figurati un film su Tarzan!) è necessaria un minimo di audacia e un minimo di onestà intellettuale. Con quelle puoi realizzare anche il peggiore dei film, ma almeno avrai dimostrato di avere personalità. E la personalità la si rispetta sempre. Anzi, la si ringrazia.

Tutto questo pippone infinito su un film che non siete affatto obbligati a guardare, per arrivare alla conclusione che The Legend of Tarzan è un film infinitamente migliore di questo dal punto di vista tecnico (non ci voleva molto), ma con il 99% di palle in meno.
Senza addentrarci in una recensione completa, diciamo solo che il Tarzan di David Yates è spento, è moscio, è lui stesso un senza palle – accontenta sempre tutti, anche se all’inizio sembra contrario -, ed è tanto fisicamente in forma quanto incredibilmente asessuato. È un film chiaramente di ispirazione nolaniana, ma è anche un film chiaramente diretto male. Ogni volta che prova a fomentarti, scivola sul più bello. Tipo quando il nostro Tarzanello le sta prendendo di brutto, ma poi si incavola e decide di contrattaccare con un supermegapugno (enfatizzato anche dal caricamento al ralenti) che purtroppo si rivela fintissimo. Un evidente pugno all’aria.
Il film è quasi tutto così. Dovessimo usare una metafora sessuale, visto che siamo in tema, direi che The Legend of Tarzan soffre di una grave forma di eiaculazione precoce.

maxresdefault-3-1

Mancanza di idee.

Per di più, David Yates sembra pretendere di aver costruito il film più bravo del secolo. Oltre a pretendere di raccontare una storia lineare, comprensibile, ma soprattutto credibile – non è nulla di tutto ciò – pretende pure di rispettare tutte le mode politically correct del 2016. E via con l’introduzione della “donna moderna”, l’eliminazione del razzismo e della schiavitù in tutto il mondo, il preannuncio della fine delle risorse alimentari, il senso di colpa per il massacro dei nativi americani, la negazione del principio della sopravvivenza della specie (“nessun animale preda viene divorato da un animale predatore durante la proiezione di questo film”) ecc. Vorrebbe essere al passo coi tempi, ma suona talmente finto e pretestuoso da diventare tutto quello che cerca disperatamente di non essere: un film bigotto. Soprattutto considerando che l’intero cast non ha mai messo piede in Africa.

Vabbè, amici super fannulloni, alla fine questo The Legend of Tarzan non è poi il gran disastro che (come sempre) voglio far credere. Sono io che non sopporto i film con zero o poca personalità. Però sì, dai. In fondo scorre via facile. D’altronde ci sono Samuel L. Jackson, Margot Robbie e Christoph Waltz che in un modo o nell’altro ti tengono sempre impegnato. Se dovete scegliere tra i due Tarzan di cui vi ho parlato oggi, vi consiglio assolutamente di vedere questa versione del 2016 diretta dallo scarso regista che ha rovinato la saga di Harry Potter e che, ahimè, continuerà a fare guai ancora per molto, moltissimo tempo. E non sono ironico.

Ma vi avviso che il massimo dell’erotismo che troverete è questo:

the-legend-of-tarzan-poster-1

Lezioni di spreco: l’attrice più erotica del momento nel film più asessuato del secolo.

Rece svogliata per film svogliato: X-Men: Apocalisse

Questa volta nessun prologo spaccabudelle perché non c’ho voglia, mi sono un po’ stufato di parlare sempre e solo di supereroi quando ci sono un sacco di cose interessanti in giro. Tipo Warcraft! Che ho visto ieri. Voi l’avete visto Warcraft? Eh? Piaciuto?
Mi dispiace davvero molto per quest’ultimo film degli X-Men che si becca ingiustamente la rece più svogliata e abbozzata di tutte, ma d’altro canto mi sembrava ancora più ingiusto (ma forse mi sbaglio) snobbarlo dopo aver fatto i pipponi per quegli altri due film là che pure basta oh.

xmen-apocalypse-skull-poster-1280jpg-19b9d3_1280w

Mamma tu che dici?” cit.

E allora: X-Men: Apocalisse! Altro blockbuster bello grosso, ben confezionato, magistralmente gestito, che scorre via che è una fragola, divertente ed emozionante. E fidatevi che lo dico con molta più convinzione rispetto a Civil War.
Però lo stesso ha un grosso limite, simile sempre a quelli di Civil War, che consiste nel non portare nessun piatto nuovo sulla tavola, ma solo un’altra riproposizione degli X-Men con veramente poche novità. Tutto potrebbe essere riassunto nella grande scena di Quicksilver che ripropone, in scala maggiore, la stessa dinamica dell’analoga scena che aveva fatto scalpore in X-Men: Giorni di un futuro passato. Simpaticissima eh, ma essendo qualcosa di già visto, e nonostante sia inserita con coerenza e naturalezza all’interno della storia, non ha – perché non può averlo – lo stesso effetto dell’originale. È un po’ un colpo sicuro per far divertire il pubblico e dargli un’altra scena da rivedere milioni di volte su youtube. E in pratica il film è tutto così, bello ma già visto, non inventa nulla e si limita a raccontare una storia per mettere il franchise sui binari che vuole lui. Finalmente infatti viene annunciata quella che credo sia la definitiva squadra degli X-Men, chiudendo di fatto il più grande reboot che non è un reboot della storia del cinema. È insomma un film che doveva fare quello e quello fa, come se nessuno si fosse proposto di aggiungerci qualcosa di più concreto che non sia già stato fatto. Tuttavia resta un film realizzato in maniera impeccabile – magari ricco di banalità ma nulla che sia fuori luogo in un cinecomic – azzeccando anche più di un ottimo momento: il prologo in Egitto, il cammeo di Wolverine preso di peso da Arma X di Barry Winsdor-Smith (per essere PG13, c’è più sangue di quanto potessi sognare), TUTTA OLIVIA MUNN e diciamo pure tutto il combattimento finale che emoziona abbastanza.

x-men-apocalypse-trailer-new-team-new-mutants-same-wolverine-x-men-apocalypse-wolve-950466

Inquadrature perfette ed è subito gioia

Il finale è in realtà la parte che salva tutto il film dall’essere etichettato come film fatto con lo stampino o come lungo spot per giocattoli, perché dà finalmente sfogo di tutto il cuore e tutta la rabbia che da sempre caratterizza la saga. Quella rabbia giovanile di chi ha paura del proprio corpo e dei cambiamenti che esso subisce in età adolescenziale e da cui derivano certe nuove capacità che nessuno intorno a te vuole riconoscere, perché anche loro hanno paura di te. Insomma sempre la stessa minestra riscaldata. Come anche il conflitto tra Charles Xavier ed Erik Lehnsherr (ennesimo scontro tra amici dell’anno) è lì che sai già come si svilupperà e come andrà a finire. Ma almeno è lì e te ne accorgi, lo vedi e lo senti. Non so se mi spiego. Eh?
Certo, sono solo degli scarsi residui di una saga che ha già fatto moltissimo in termini di denuncia sociale e che ha già raccontato meravigliosamente e con più forza la necessità di accettare la propria natura come quella altrui, ma cionondiméno quello che c’è in X-Men: Apocalisse è quanto basta per rendere insignificante qualsiasi Civil War di questo pianeta.

Volendo fare i simpatici, potremmo definire X-Men: Apocalisse una completa novità se pensiamo che per la prima volta, un film degli X-Men, per di più un film degli X-Men diretto da Bryan Singer, pensa più ad essere fedele al fumetto (da un punto di vista per lo più estetico), che a riscrivere la storia del mondo con tutte le sue atrocità, attraverso la metafora degli X-Men. Ed è assurdo perché fondere politica, dramma, azione e critica sociale, con un tono a conti fatti serissimo, era proprio quello che riusciva meglio a Singer. Non può che essere una conseguenza dello sdoganamento ormai completo dei supereroi al cinema; non può quindi che essere “colpa” dei Marvel Studios che hanno reso accettabile e persino appetibile per il mondo intero vedere una sfilza di supereroi in calzamaglie colorate nello stesso film. Paradossalmente (ma poi mica tanto) quelle tutine tutte nere dei primi X-Men, all’epoca l’unica scelta possibile, oggi sono diventate impensabili e improponibili. Il che sarebbe un bene, uno di quelli grandi e giusti, se non fosse che in questo caso, mettendoci vestitini colorati e superstilizzati (ma non gialli), il film ne perde in spessore drammaturgico. È chiaro, le due cose non sono direttamente collegate in assoluto, non è detto che l’una abbia influenzato l’altra né viceversa, eppure il fatto di per sé resta e non si può fare a meno di osservarlo.

X-Men-Apocalypse-Trailer-1-Cyclops

Casting azzeccatissimo

Che poi, nonostante tutta questa attenzione all’estetica dei personaggi, e nonostante l’incredibile coerenza interna della saga proprio dal punto di vista estetico (da Cerbero a tutta la X-Mansion, all’incontro iniziale nella gabbia e a una serie di altre citazioni più o meno esplicite ai primi film della saga) persino l’ambientazione anni ’80 viene sprecata fungendo solo da vaghissimo sfondo e giustificando un inutile cammeo di Jubilee vestita e conciata uguale uguale uguale al fumetto. Insomma un’ambientazione macchiettista al massimo che non ha per nulla la stessa forza ed efficacia che invece avevano gli anni ’60 e ’70 nei capitoli precedenti dove erano dei veri e propri co-protagonisti. Mi viene quindi da pensare che forse Singer abbia detto e fatto tutto quello che poteva con gli X-Men e che forse la saga abbia ora bisogno che qualcuno di più giovane e con idee più fresche ne prenda le redini per portarla in terre ancora inesplorate.
Insomma X-Men: Apocalisse lo possiamo pure accettare così com’è, nonostante tutto. Ma per il prossimo è meglio che si diano molto più da fare.

E alla fine arriva Spoiler.

P.S.: Il doppiaggio italiano del film è una bella merda.
P.P.S.: Non pensavo che lo avrei mai detto, ma davvero basta supereroi, almeno per un po’.

L’honest recensione di Captain America: Civil War

4961239-9308875636-L2GI2Quello che la Marvel è riuscita a fare al cinema dal primo Iron Man in poi ha dell’incredibile. Sono riusciti a costruire, film dopo film, anno dopo anno, un universo d’avventure pieno di supereroi e di storie anche lontanissime una dall’altra ma in qualche modo collegate. Un universo che ha continuato ad espandersi, invadendo con prepotenza il mondo delle serie tv e fruttando vagonate di soldi anche grazie a tutti gli altri medium esistenti, dai videogiochi ai fumetti, dalle action figure ai pigiami ecc., fino a imporre il suo immaginario a livello mondiale. Di fatto, il Marvel Cinematic Universe è uno dei più grossi e importanti esempi di narrazione trans-mediale e cross-mediale dei nostri tempi, secondo forse solo a Star Wars (non a caso sempre di proprietà della Disney, che storicamente, ma soprattutto oggi, non ha rivali per quanto riguarda la costruzione di immaginari, grazie soprattutto a campagne marketing perfette e devastanti).

L’aspetto forse più apprezzabile del MCU è probabilmente il modo in cui è cresciuto, imparando dai propri errori (fa bene ricordarlo, di errori ne hanno fatti e neanche pochi) e diversificando i propri prodotti. Non solo hanno sempre cercato – nel bene e nel male – di diversificare i loro film uno dall’altro, mantenendo costante solo il tono (il vero segreto del loro successo, un perfetto equilibrio tra spensieratezza, brivido dell’avventura, senso dell’umorismo e tanta azione), ma hanno anche dato vita a diverse serie tv che hanno contribuito ad espandere ulteriormente la grandezza e le possibilità di questo universo. In certi casi, quelli più coraggiosi, queste serie hanno sbandierato addirittura un tono diverso, oltre ad aver trattato temi inediti e adoperato un altrettanto inedito registro tecnico/registico, rivelandosi prodotti sostanzialmente differenti da quanto visto al cinema. In poche parole hanno creato tanti “sotto universi”, o microcosmi, più o meno diversi tra di loro, e che raccontano storie più “piccole” e circoscritte, ma pur sempre facenti parte della stessa grande storia, dello stesso macrocosmo ecc. E in questo modo, Marvel e Disney da un lato hanno costruito il primo esempio di universo audiovisivo (film + serie tv) che rispecchi davvero l’universo fumettistico a cui si ispira (il modo in cui ogni personaggio ha la sua storia, finché una minaccia superiore non li costringe ad unirsi e a far parte tutti della stessa storia), dall’altro sono riusciti a soddisfare più e nuove tipologie di pubblico, di gusti e quindi di richieste, ampliando così il loro raggio d’azione e la loro presa sul pubblico.

Ciliegina sulla torta: ora tutti vogliono un proprio Marvel Cinematic Universe.

Ora, prima di andare avanti e parlare di quello per cui siete tutti qui, vorrei un attimo scrollarmi di dosso tutta la tensione generata da questo serissimo prologo in cui ho buttato dentro parole che ho scoperto l’altro ieri (giuro) e tornare a fare quello che so fare meglio, il cazzaro.

Cazzaro_img

SSSHCOPARE!

Ed eccoci qui, cari amici e compagni, a parlare del film che tutti aspettavamo sin da quando abbiamo visto il primo The Amazing Spiderman: Captain America: Civil War.
Che dire? È bello, no? È un bel film, su questo forse non ci sono dubbi e siamo tutti d’accordo. D’altronde riesce nell’impresa di trattare una marea di personaggi, rendendo giustizia ad ognuno di essi, e al tempo stesso a mettere in piedi una storia solida che regge benissimo dall’inizio alla fine. Introduce pure due nuovi personaggi (fondamentali da un punto di vista produttivo, ma non solo): Black Panther e Spiderman. Ma soprattutto, sulla scia di Winter Soldier, riesce a dare un briciolo di fascino – non tantissimo e solo con gli ultimi minuti di film, ma sempre meglio che niente – ad un personaggio come Steve Rogers/Captain America che altrimenti non se lo filava neanche mia nonna. Insomma, non diremmo bestemmie se definissimo questo un prodotto impeccabile dal punto di vista tecnico, privo di errori gravi che possano inficiarne la fattura, e che intrattiene e diverte e risulta godibilissimo anche dallo spettatore più lontano possibile dal cinema supereroistico. Senza troppi scrupoli, potremmo fermarci qui e andare a casa.

captain-america-civil-war-trailer-1-avengers

Tuttavia.

Tuttavia più ci penso e più il film mi scende. Più passa il tempo e meno ammirazione provo nei suoi confronti.
Avete capito bene: non mi piace, nonostante sia “fatto bene”.

Non è tanto il fatto che sia chiaramente più un sequel di Avengers: Age of Ultron che di Winter Soldier (non fosse per la bromance tra Steve e Bucky). E non è nemmeno la serie di difettucci più o meno piccoli che comunque il film ha e su cui potremmo allegramente discutere per ore e ore, divertendoci un mondo e uscendone superamici ad vitam.
Ma prima di dirvi cos’è che mi turba, lasciatemelo fare, lasciatemi elencare i suddetti difettucci che se no poi pensate che lo dico tanto per dire:

  • la prima parte del film è un po’ una gran noia, il che è grave se hai tutti questi supereroi a disposizione
  • solo i primi 15 minuti sono dedicati timidamente alle motivazioni che spingono Steve Rogers a fare quello che fa, mentre tutto il resto del film, essenzialmente, cerca di convincerti che Tony abbia ragione: i supereroi hanno bisogno di essere supervisionati altrimenti fanno il cazzo che gli pare e diventano pericolosi
  • Black Panther è fighissimo, ma sta dalla parte di Tony esclusivamente per motivi personali, di vendetta per di più, e non si fa problemi a fare il cazzo che gli pare. FAIL
  • alla fine del film Tony da ragione a Steve. EPIC FAIL
  • mi sono quasi commosso per Spiderman (la parte migliore del film, meriterebbe un post a parte), ma è inutile che vi sbattete, la sua presenza non è più giustificata di quella di Wonder Woman in Batman V Superman
  • quando si tratta di sviluppare i personaggi e farli interagire tra di loro (ma anche un po’ tutto il resto), Joss Whedon era infinitamente meglio
  • Zemo è un villain scemissimo, in linea con il resto dei film Marvel (Loki escluso, of course)
  • è forse il più serio e serioso dei film Marvel, eppure quando si tratta di far scontrare #teamcap e #teamironman lo spettacolo sarà pur grandioso, l’eccitazione sarà pure altissima, ma a mancare è la tensione (non ci sono reali intenti omicida)

Tutti punti in fin dei conti non fondamentali, trattandosi di un grosso blockbusterone per famiglie che comunque il suo lavoro, come dicevamo prima, lo fa bene. Tengo solo a ricordarvi che questo, a differenza di un certo altro film, è a tutti gli effetti un film di sceneggiatura, un film che doveva essere a prova di Honest Trailer (sul serio, lo hanno detto gli stessi fratelli Russo), poi fate voi i conti.captain-america-civil-war-spider-man-shield-official

Quello che però davvero mi ha fatto storcere il naso e mi ha costretto a tirare Captain America: Civil War giù dal trono sul quale si è deliberatamente imposto, è la totale mancanza di personalità, ovvero la totale mancanza di idee nuove, o anche prese altrove ma fatte proprie in qualche modo fino a poterle definire personali (che siano idee di messa in scena o riflessioni sui supereroi e il superomismo), che ne giustifichino il trionfo sia critico che commerciale.
Tutto in questo film puzza di già visto. Persino i combattimenti sono diventati prevedibili, prova ne è l’eccezionalità di Spiderman: la freschezza che porta dimostra quanto sia vecchio tutto il resto. Non è di per sé un male gravissimo, in fin dei conti il film si limita a portare avanti una storia come meglio può. Lo ripeto, è un film fatto benissimo. Non lo penso, ma se volete possiamo anche chiamarlo il più compatto e avvincente e quellochevolete film di supereroi in the history of the world. Però anche se fosse, secondo me, non può andare comunque oltre la sufficienza: non inventa assolutamente nulla, non cerca di superare alcun limite e non spinge il genere molto in avanti, limitandosi a ricevere tutte le lodi di questo mondo per il solo motivo di aver evitato gli errori altrui fatti fino ad oggi.
Da un cinecomic non mi aspetto una fattura raffinatissima, non mi aspetto un capolavoro e non mi aspetto che rivoluzioni un intero genere (sarebbe impossibile farlo ogni volta), ma pretendo che abbia personalità, perché quella da sola basta a legittimare il film per quello che è, con tutti i suoi limiti, “bello” o “brutto” che sia, rendendolo automaticamente un passo in avanti (gigante o minuscolo che sia non importa). Purtroppo Captain America: Civil War, nonostante i mille pregi che gli si possono attribuire, manca proprio di personalità: fa tutto, ma proprio TUTTO quello che può per comportarsi come gli altri si aspettano che lui si comporti. Un comportamento del genere può farci piacere, certo, ma di sicuro non ci è utile o ci fa del bene.

Tanto per dire, il massimo del rischio che questo film si è preso è stato inserire Giant-Man nella mischia, oltre a una citazione esplicita a L’Impero colpisce ancora.
Oh, ci vuole del fegato non indifferente per dare una caramella a un bambino.

Captain-America-Weird

Ops, spoiler.

Se vogliamo restare in ambito produttivo, la Marvel ha fatto bingo scovando i cari Anthony e Joe Russo e affidandogli praticamente le sorti di tutto l’MCU. Due come loro sono semplicemente tutto quello di cui avevano bisogno: molto svegli e intelligenti, capaci di fare film a prova di honest trailer (ma sì, concediamoglielo pure), abituati al mondo della serialità e alla gestione di una quantità mostruosa di personaggi (Arrested Development e Community sono due serie comedy meravigliose), e soprattutto prontissimi a eseguire gli ordini provenienti dall’alto senza rompere troppo le palle con guizzi personali o particolari (ciao Joss, ciao Edgar).
E così il più grande punto di forza dei Marvel Studios, ovvero la loro capacità di soddisfare i nerd più accaniti e al tempo stesso piacere alla prozia di 106 anni del nerd più accanito, è diventato per la prima volta in 13 film anche il loro più grande punto debole. L’esigenza di essere contemporaneamente il più mainstream possibile e il più fan-service possibile, ha portato a un film grosso ma normale, senza palle, incapace di osare, per nulla stimolante e poco significativo in termini storici per la sua fissità.

Non solo ho percepito per la prima volta un po’ di stanchezza da parte della Marvel, ma ho anche iniziato a vedere – ancora in lontananza, chiaramente – questo futuro che molti auspicano sin da ora, in cui i film di supereroi hanno esaurito il loro fascino perché nessuno sa più inventarsi nuovi modi per raccontarli. Ma state tranquilli, eh, dico solo per dire, non sto assolutamente annunciando la morte di nessuno. Tutt’altro. Siamo ancora lontanissimi da quello scenario. La Marvel va ancora fortissima e i supereroi in generale pure (nonostante tutto quello che vi ho detto, Civil War incasserà lo stesso più di un miliardo di bei dollaroni, per esempio).

Chadwick_Boseman_as_Black_Panther_in_Captain_America_Civil_War

Miao.

E allora. Ve lo dico o non ve lo dico?

Ma certo che ve lo dico!

Preferisco di gran lunga Batman V Superman.
Sarà pure pieno di difetti, avrà pure una trama insensata e piena di buchi stratosferici, ma resta un film con due palle enormi e una personalità fortissima. Zack Snyder è senza dubbio uno un po’ schizzato, però ha delle idee ben precise e per nulla concilianti che si rispecchiano perfettamente nel film. Tutto BvS è infatti una lunga sequenza di scelte estreme (sia visive, che riguardanti il modo in cui vengono rappresentati i due eroi) che inevitabilmente non potevano rivelarsi tutte azzeccate, ma che almeno dimostrano un’audacia invidiabile a qualunque cineasta, una voglia incredibile di suscitare reazioni emotive forti e nuove e di stimolare una nuova riflessione più approfondita sull’argomento, partendo appunto da un punto di vista diverso da quello dello spettatore medio. Di tutto questo in Captain America: Civil War non c’è nemmeno l’ombra.

this-captain-america-spoof-trailer-is-the-weirdest-thing-you-ll-see-this-week-all-image-949343

E puppa la fava