La rivoluzione di Netflix finisce dove comincia il tuo portafoglio

Pochi giorni fa Thierry Fremaux è stato protagonista di un incontro molto atteso organizzato dalla Festa del Cinema di Roma, in cui ha avuto modo di dire la sua sulle recenti novità riguardo il Festival di Cannes, di cui è delegato generale. In particolare, ha spiegato meglio le ragioni dietro la decisione nell’edizione di quest’anno di bandire dal festival i film che non prevedevano la distribuzione in sala. Ha parlato quindi della faccenda cercando di fare un quadro complessivo della situazione ma senza fornire possibili soluzioni e senza schierarsi nettamente da una parte o dall’altra. Il problema è: cosa fare con i film che non escono in sala? Come considerarli? Può esserci un cinema che non contempla il passaggio in sala, luogo con cui fino ad oggi si è rappresentato il cinema stesso nel nostro immaginario collettivo? Potremmo anche chiamarla la “questione” Netflix, diventata sempre più centrale da quando i suoi film vincono festival, sono realizzati da maestri della settima arte e gli esercenti avrebbero tutto l’interesse del mondo a proiettarli nei propri cinema, a patto che non siano disponibili anche online.

Se volete scoprire come Fremaux si para il culo scaricando la colpa della retorica passatista di Cannes sugli esercenti francesi, riempiendosi di lodi e specificando che lui sa sempre tutto e agisce solo per il bene dei film, del cinema e della Pace del Mondo, ma soprattutto se volete vedere quanto rosica per il momento d’oro che sta vivendo la Mostra del cinema di Venezia, leggetevi questo impeccabile resoconto di Badtaste.it.

Noi invece parleremo di Netflix in senso più ampio, per metterne in chiaro una volte per tutte degli aspetti della sua natura che molti potrebbero aver frainteso guardando il suo modo di muoversi nell’industria. In particolare, partiremo da un equivoco apparentemente innocuo, ma anche molto ingenuo e che diventa preoccupante nel momento in cui a sostenerlo è una figura di spicco come Fremaux, che proprio a Roma a un certo punto ha detto:

“Il problema è un altro io credo, quello della creazione mondiale. Perché Scorsese sceglie Netflix? Perché Cuaron sceglie Netflix? Perché il processo di produzione non è più quello di una volta, perché oggi gli studios non accettano di produrre un film in scope e bianco e nero come quello di Cuaron. Chi lavora a Netflix sono veri cinefili e ovviamente sono anche ricchi.”

Tutto giusto, un’analisi lucida e condivisibile almeno finché non dice: “Chi lavora a Netflix sono veri cinefili e ovviamente sono anche ricchi.”

Diamola buona a “sono anche ricchi“, che è abbastanza vero, sebbene recentemente sia venuto fuori che i debiti di Netflix con le banche sono cresciuti ulteriormente (altri 2 miliardi) e hanno cominciato a far alzare qualche sopracciglio in quel di Wall Street. Netflix dice che è tutto “parte del piano” – e non è da pazzi credergli – ma in ogni caso non è questo che ci interessa oggi.

Quello che faccio fatica a mandare giù è l’affermazione “chi lavora a Netflix sono veri cinefili“. Sia chiaro: non lo so se quelli di Netflix sono davvero cinefili o meno, magari lo sono, magari no. Chissenefrega. Il punto è che se anche lo fossero non vuol dire necessariamente che agirebbero di conseguenza. Dalle parole di Fremaux si deduce che secondo lui le scelte produttive del colosso di Los Gatos siano mosse dalla cinefilia più che (detto banalmente) dal profitto, a differenza delle altre major classiche che resterebbero quelle senza cuore che pensano solo a fare soldi.

Ora, voglio credere che Fremaux non sia tanto ingenuo da credere davvero a una cazzata del genere così come ve l’ho esposto io, e che la battuta sulla cinefilia fosse solo una frase di circostanza, un modo gentile e colorato per dire che Netflix pensa sicuramente ai soldi, ma ci tiene anche al cinema e agli appassionati e vuole fare le cose per bene, a differenza degli altri. Tuttavia rimane anche questo un discorso troppo affrettato, banale e sostanzialmente sbagliato, al punto che mi sento legittimato a propinarvi il seguente pippone megagalattico. Enjoy.

Ted Sarandos, FBI.

Partiamo dal fatto che dire “chi lavora a Netflix sono i veri cinefili” (sottinteso: “e quindi sono più buoni della Disney”) è un’affermazione fuorviante perché può far pensare alla fine dell’era dell’accumulazione capitalistica eterna e indiscriminata e all’inizio di una nuova era in cui l’amore per il cinema, i film intimisti in bianco e nero realizzati in nome dell’Arte e dei Massimi Sistemi per il Bene del Mondo, siano la principale spinta dell’umanità verso il futuro. Ma signora mia, neanche Marx era così ottimista.

Ok, forse ho esagerato un pochino all’estremo opposto, però ci tenevo a sottolineare l’assurdità implicita in una tale affermazione. La rivoluzione di Netflix, per quanto significativa, non è di questa portata.

Il motivo per cui Martin Scorsese e Alfonso Cuarón, per dirne un paio, vanno da Netflix per fare il loro prossimo film (come The Irishman) o per vendergliene uno da distribuire perché già fatto e finito (come Roma), è perché Netflix offre loro una più ampia libertà creativa (anche a budget elevati), perché a sua volta Netflix vuole titoli forti a livello internazionale col proprio marchio sopra. Ma paradossalmente, in un certo senso, gliene frega pure meno (se mai fosse possibile) della riuscita del film, della sua fattura, della sua qualità ecc. ecc. Ben vengano i capolavori*, per carità, ma l’obbiettivo è un altro: l’obbiettivo è arricchire il più possibile la propria library con prodotti di tutti i tipi, compresi quelli di grosso richiamo cinefilo che diano credibilità all’azienda e gli permettano di fidelizzare i propri abbonati e averne sempre di più da qui a 100 anni (sopravvivenza del pianeta e della specie umana permettendo). Tutto questo in previsione anche della perdita dei titoli Disney e Warner (di certo non pochi e non “piccoli”) che finiranno nei rispettivi servizi streaming in arrivo nel 2019.

Insomma, la lungimiranza di Netflix sta nella consapevolezza che ha sempre avuto di dover prima o poi fare i conti con gli effetti della sua stessa rivoluzione, ovvero tutto il resto dell’industria dell’intrattenimento audiovisivo che arriva a farle la guerra sul territorio da lui stesso creato (o comunque dominato finora): lo streaming online legale.

Feelings.

Per quanto riguarda la maggiore libertà creativa offerta agli autori, questa è dovuta alla possibilità che Netflix ha di non dipendere dagli incassi dei film al botteghino e quindi da tutte le relative regole scritte o non scritte che invece attanagliano (spesso più per pigrizia che per altro) le produzioni dei film di medio-grosso budget delle major classiche fino ad incidere significativamente sulla loro politica editoriale. Ma Netflix non è neanche contro la distribuzione in sala, semplicemente non gli interessa perché punta a guadagnare (e sa di poterlo fare bene) tramite altre strade, cioè principalmente gli abbonamenti al suo servizio streaming. Poi, certo, già quest’anno sarà costretta a concedere una scappatina in sala ad alcuni dei suoi film (oltre a Cuaron e Scorsese ci sono anche i fratelli Coen con quel capolavoro di The Ballad of Buster Scruggs visto a Venezia) per vari motivi: 1) per permettere ai film di partecipare agli Oscar, 2) per far ancora più contenti gli autori (loro sì, cinefili) dei film in questione + quelli che a loro volta saranno ulteriormente invogliati a lavorare per Netflix e 3) per tentare di instaurare un dialogo con gli esercenti, che in tutta questa matassa restano legittimamente ancora quelli più a rischio e più incazzati di tutti. In futuro credo si troverà un punto di incontro ancora più equilibrato tra streaming e sala cinematografica, ma sulla questione mi fermo qui perché è un argomento molto più ampio – e per certi versi anche molto più intrigante – che necessita un pezzo tutto per sé.

Insomma, in ambito televisivo e cinematografico, Netflix si differenzia solo per il suo modus operandi che ha rivoluzionato il modo di fruizione del prodotto audiovisivo in una maniera talmente drastica e veloce da mandare in crisi (come storicamente succede in questi casi) una bella fetta della società che fatica a stare al passo. Non è poco, anzi. Ma è sempre una rivoluzione formale e non sostanziale.
Quindi, ragazzi, lo so che è banale dirlo e siete già tutti pronti a resuscitare Capitan Ovvio, ma il fine ultimo di Netflix non si sposta di un millimetro da quello della Disney, della Warner, di Amazon, di Google, di Apple, della Fiat, della Telecom, dell’Eurospin, del salumiere sotto casa o dal nostro: “money, money, money, citazione facile (e ho banalizzato di proposito, non mettetevi a fare i moralisti, vi prego).
Poi certo, io sono contentissimo che Scorsese abbia avuto 150 milioni di dollari per girare un film di gangster che non contiene enormi draghi sputafuoco in motion capture, ma non illudiamoci che il mondo oggi sia un posto migliore di ieri grazie a Netflix.

Va là, che roba. Persino il backstage è stato girato in bianco e nero. Che artisti.

Un ringraziamento speciale a Thierriy Fremaux, delegato generale del Festival di Cannes, per avermi fornito La Scusa per scrivere questo pezzo lunghissimo. Se vi è piaciuto, pagatemi i prossimi due anni di abbonamento a Netflix.

*Date un’occhiata a quella bomba di Apostolo di Gareth Evans che per ora è probabilmente il miglior film originale di Netflix.

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I 10 migliori film del 2017 + altri 15 che non c’entravano

Ogni anno è sempre più difficile. Sarà perché aumentano i film che riesco a vedere, sarà perché forse forse il cinema non è ancora morto, sarà che mi riduco sempre di più all’ultimo minuto e non ho ancora digerito gli struffoli di ieri l’altro. In ogni caso, è sempre un gioco divertente in cui mi tuffo con piacere.
Questa volta ho deciso di elencare i 10 migliori film dell’anno rigorosamente in ordine sparso, casuale, perché tanto non è uscito nessun Mad Max: Fury Road e di conseguenza le posizioni non hanno molto senso, non saprei nemmeno da dove cominciare. Inoltre, siccome ho visto tanti bei film in questo buon 2017, ho scelto altri 15 titoli che per un motivo o per un altro meritano di essere visti e non meritano questo mondo infame in cui solo dieci ce la fanno.

Il criterio è sempre quello della distribuzione in sala in Italia tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2017. Buona lettura e fatemi sapere che ne pensate, fatemi sapere qual è la vostra top 10 e tenete sempre a mente che l’analisi oggettiva non esiste, sono classifiche personali e bla bla bla, politically correct, ciao.

  • Manchester by the Sea
    È il film drammatico dell’anno – riconosciuto miracolosamente anche agli Oscar – ed è come vorresti che fossero tutti i film drammatici: semplice e onesto, senza intellettualismi, né pregiudizi, né puzza sotto il naso, ma con la consapevolezza che dramma e commedia vanno sempre a braccetto e più si sprofonda nell’una, più ci si avvicina all’altra. Manchester by the Sea mette in scena una tremenda tragedia familiare senza essere ruffiano e riesce sia a commuovere che a far ridere, non perché ci siano barzellette o siparietti slapstik, ma perché racconta col giusto piglio (quasi coeniano) quelle situazioni in cui non ci sarebbe proprio nulla da ridere eppure talmente assurde, surreali e grottesche, che ci scatta inevitabilmente una risata isterica liberatoria.
    Kenneth Lonergan dirige rigorosamente una sua stessa strabiliante sceneggiatura che trova in Casey Affleck (finalmente riconosciuto da tutti per l’attore sopraffino che è) il volto e il corpo giusto in cui incarnare tutto il suo turbinio devastante di emozioni.

    Semplice e onesto

  • Raw
    È la storia di una timida sedicenne che arriva prima del previsto all’università – perché è tipo un piccolo genio – e va incontro ai soliti problemi e alle solite prime volte tipiche di quegli anni (il rito di iniziazione, la prima cotta, la prima sbronza, la prima scopata, ecc). Insomma Raw è un coming of age qualsiasi, solo che al posto di una generica attività ricreativa/passione/lavoro, la nostra protagonista scoprirà se stessa iniziando a mangiare carne umana strappandola a morsi dalle persone con cui interagisce senza nemmeno passare per i fornelli.  Siamo abituati a vedere i cannibali come i cattivi dei film, o comunque come persone da evitare perché la nonna ci ha sempre detto di non farcela con quelli strani che poi diventiamo strani pure noi e non facciamo soldi e restiamo soli. Ebbene, Raw ribalta tutto e racconta una storia dal punto di vista di una giovane cannibale, dimostrandoci che anche loro sono persone, anche loro hanno un cuore e provano le nostre stesse emozioni.
    È un horror sadico e divertente, ma è anche un film drammatico, con una trama imprevedibile e la giusta dose di critica sociale. È diretto da dio, ma soprattutto è onesto e schiettissimo in tutto quello che dice e che fa, va diritto al sodo SENZA METAFORE.
    Scritto e diretto da Julia Ducournau, una donna, Raw è uno degli esordi più clamorosi degli ultimi decenni (non anni).
    (visione consigliata a un pubblico forte di stomaco)

    La classica scuola, la classica storia.

  • mother!
    Una supercazzola pseudo-intellettuale che dice qualcosa di effettivamente interessante, ma soprattutto lo dice col volume a palla e con un quantitativo altissimo di DISTRUZIONE TOTALE, SANGUE E VIOLENZA che porcaputtana è bellissimo. Un viaggio allucinante che non può lasciare indifferenti, può irritare ma non annoiare. Il solo fatto che mother! esista e che qualcuno dopo aver letto la sceneggiatura abbia detto “va bene, famolo” è già un miracolo.
    Qualcuno poi ha detto che il film racconta praticamente tutta la Bibbia, ma credo che la mia Bibbia sia diversa dalla vostra quindi non chiedetemi troppe spiegazioni a riguardo.

    “Va bene, famolo.”

  • Arrival
    Blade Runner 2049 è un ottimo film, che è già un complimento incredibile se pensiamo che è il sequel di uno dei film più importanti di sempre. Ma Arrival è un capolavoro.
    Gli alieni giungono sulla terra e non si capisce cosa vogliono. Parte un conflitto di idee interno tra l’esercito che li vuole bombardare e gli scienziati che invece vogliono capirli e magari imparare a comunicarci.
    Denis Villeneuve prende una trama e dei temi che andrebbero bene in qualsiasi blockbuster di oggi e li mette in scena con un linguaggio per immagini complicato ma comprensibile, diverso da quello che pensiamo di vedere quando ci approcciamo a un film con l’idea che sia di intrattenimento. In questo modo fonde cinema d’autore e blockbuster per dar vita al miglior cinema di intrattenimento possibile (non a caso restando nella fantascienza, ovvero nel cinema di genere che oggi è la casa degli autori migliori). Infatti, per intenderci, il film gioca su più piani narrativi e su più linee temporali, spiega un sacco di nozioni scientifiche (sforzandosi tantissimo di farcelo pesare), ma non spiega mai a parole una singola svolta di trama che sta allo spettatore desumere tramite le immagini.
    Tra Interstellar e District 9, il film parla della difficoltà di capire chi è lontano da noi, di resistere alle paure di essere attaccati e all’istinto di scappare o attaccare per primi per provare invece a riflettere sulle diversità e trovare un punto di incontro. E non è un caso nemmeno che quello che un tempo sarebbe stato il classico ruolo da eroe maschile qui vada finalmente a una donna… rendendo il tutto ancora più bello. Anche perché quella donna è Amy Adams e la sua è l’ennesima dimostrazione di quanto sia un’attrice straordinaria e con pochi simili. Si trascina tutto il film con il suo solito disarmante fascino e la sua incredibile capacità di sovrapporre l’eccitazione e la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo con la paura dell’ignoto che invece ci tira indietro. Wow.

    Forse l’immagine più bella dell’anno.

  • Silence
    Oh, dite quello che volete, per me è stata un’esperienza indimenticabile. Visto per grazia divina in lingua originale in sala, più che un pugno nello stomaco, Silence è una montagna che ti cade addosso. È di una pesantezza incredibile, ma è raccontato con tanta di quella convinzione, audacia, voglia di andare fino in fondo, e (ovviamente) con tutta la professionalità di questo mondo, che in qualche modo ti prende e sei costretto a intraprendere un viaggio psico-fisico che in un modo o nell’altro ti rimarrà dentro a lungo. È la lotta estrema tra l’uomo e le sue stesse convinzioni, i suoi stessi valori e i suoi stessi ideali. A cosa sei disposto a rinunciare in nome della fede? Che siate credenti o no (io non lo sono), è un film che ci mette alla prova (in tutti i sensi), è massacrante, ma è anche una delle più stimolanti visioni che possiate fare oggi con un film.
    L’unico limite è che è diretto da Dio, non da Scorsese. E si sa: Dio è leggermente più noioso di Martin Scorsese.
    (su questa voglio il copyright)

    E questi giapponesi sono tra i villain dell’anno.

  • Sharknado 5: Global Swarming
    Eccoci qua. Già vi vedo scandalizzati e pronti a spegnere tutto perché “questo qui è pazzo e non ne capisce niente di cinema!” Fate pure. Dite quello che vi pare. Toglietemi tutti i like e convincetevi di avermi ferito. Io Sharknado da qui non lo levo. Perché sono arrivati al quinto capitolo e sono ancora i numeri 1 indiscussi. Perché continuano a regalare quell’intrattenimento perfetto, spensierato, avvincente, a volte esilarante, a volte geniale, mantenendo quel giusto e fondamentale atteggiamento di chi vuole divertirsi insieme a te come se fosse un vero amico (cosa che non sempre la Asylum riesce a ripetere nelle altre sue produzioni, che infatti non hanno lo stesso successo). Anche quest’ultimo capitolo è una scena d’azione dopo l’altra a ritmo indiavolato per 85 minuti, con una quantità di idee letteralmente assurda e quasi commovente. Roba che a Hollywood “quelli seri” le avrebbero usate per farci almeno 20 film, uno più povero dell’altro. Addirittura qui hanno girato pure meglio del solito e avevano a disposizione un budget molto più consistente che non hanno usato per fare effetti speciali migliori (PER CHI LI AVETE PRESI), ma per andare a girare scenette in giro per il mondo come se fosse un Mission Impossible qualsiasi. Impareggiabile.
    Forgive me, Father, for I am Fin

    Guardate che meraviglia questa motose- spad- fuci- ARMA DI DISTRUZIONE DI SQUALI.

  • Elle
    Il più riuscito, arrabbiato, spietato, secco e liberatorio colpo che il cinema abbia scagliato negli ultimi anni contro la giustizia sociale e la società civile, contro le convenzioni, il senso comune, la fede cattolica e il mito della superiorità fallica. Un film che spiazza in continuazione, come la sua protagonista che non fa mai quello che ci si aspetterebbe da lei anche in situazioni estreme come uno stupro appena subito. E meno male che c’è Isabelle Huppert nel ruolo della protagonista (Verhoeven voleva girare il film negli USA, ma nessuna attrice di primo piano voleva la parte…). I suoi sguardi di pietra sono una coltellata nello stomaco, nascondono un ventaglio di emozioni che va dall’apatia totale all’orgasmo che il suo personaggio, porcaputtana, aspettava da una vita.
    Elle è un film pazzesco, amici, PAZZESCO. Blasfemo e antimoralista, come il suo autore, un Paul Verhoeven in puro stato di grazia (e lui è uno che fa capolavori anche quando è distratto). Forse il mio preferito in assoluto dei 10.

    “Quanti ricordi”

  • Allied
    Film stranissimo. Comincia in un modo (film di guerra, azione e spionaggio), poi dopo 40 minuti diventa altro (thriller tesissimo tutto sguardi e psicologia) e sul finale diventa altro ancora (melodramma romantico). Sembrano tre film in uno e la cosa può straniare, se non deludere. Per me è un film stupendo, ricchissimo di emozioni, stimoli e suggestioni (siamo sempre durante la seconda guerra mondiale). È un film che omaggia Casablanca e il cinema del passato (soprattutto anni ’30 e ’40) e cerca di ricordarlo esteticamente utilizzando però il massimo e il meglio delle nuove tecnologie e una trama molto moderna e abile a ribaltare vecchi cliché. A tal proposito: quello che fino a ieri era un dilemma ricorrente dei personaggi femminili (chi è la persona che ho al mio fianco? mi posso fidare di lui/lei? è davvero chi dice di essere o sta fingendo?), qui finalmente spetta a un uomo provocando risvolti estremamente interessanti.
    Allied è una goduria da seguire perché Robert Zemeckis sa come raccontare una storia muovendo la telecamera nel modo e nella direzione giusta e lasciando indizi nel modo e nel momento giusto, sa come creare tensione, come appassionare, come suscitare meraviglia, come commuovere e come dire tanto con poco, senza sprecare mai un’inquadratura. E se il protagonista della storia è il personaggio di Brad Pitt, che si conferma un ottimo interprete, il vero traino del film è però Marion Cotillard con la sua incredibile capacità di farci capire una cosa mentre il suo personaggio ne dice un’altra.
    Zemeckis poi li prende entrambi in tutta la loro bellezza e dimostra la sua padronanza del mezzo cinematografico (e la sua inarrestabile voglia di sperimentare) piazzandoli dentro sfondi coloratissimi che raccontano meglio delle parole l’evoluzione della loro relazione. E sono sfondi fatti con un uso più o meno abbondante di computer grafica (a seconda dei casi) e tantissima color correction. Il risultato è un film pieno di immagini impossibili e stupende, da incorniciare e appendere su qualsiasi parete.

    Metafora visiva perfetta

  • Dunkirk
    Sforzo titanico per una ricostruzione storica molto romanzata nella trama, ma molto fedele nei contenuti. Christopher Nolan ce l’ha fatta di nuovo. Dunkirk è un’altra esperienza immersiva delle sue, una roba mai fatta prima e che va vista sul più grande schermo possibile. Dialoghi ridotti all’osso (quei pochi che ci sono in realtà sono pure scemissimi) e immagini libere di parlare da sole insieme al sonoro e a una colonna sonora impeccabile per raccontare le ansie, le paure, l’orrore, ma anche la noia della guerra e dell’attesa estenuante che succeda qualcosa, che una bomba ci piova addosso o che i rinforzi arrivino a salvarci. È un altro tentativo (anche Interstellar provava a fare lo stesso) di fondere il rigore, la precisione maniacale, la spietatezza e la seriosità di Kubrick con il patriottismo, la meraviglia e l’ottimismo tipicamente spielberghiano. Questa volta i due mondi si scontrano nel finale un po’ bruscamente, ma son dettagli perché ormai il film ti ha già stravolto, sfinito fisicamente e toccato corde emotive che non sapevi di avere.

    Che parlo a fare

  • Shin Godzilla
    Tre anni fa gli americani hanno realizzato un film di Godzilla che tutto sommato rispettava la tradizione giapponese. Allora i giapponesi, dopo aver passato sessant’anni a difendere e osannare l’iconografia classica, hanno deciso di distruggerla e di ripensare tutto con un film, Shin Godzilla, che è l’esatto opposto del blockbuster d’azione pieno di effetti speciali, ovvero un film di satira politica ambientato prevalentemente nelle stanze del potere, tra politici, militari e figure specializzate varie. Roba che sulla carte chiunque avrebbe detto “che palle”, ma in realtà è super interessante e avvincente, per come è scritto e girato. Le riflessioni che vengono fuori sono delle più spietate, centrate e inaspettate possibili. Tratta temi importanti e, come Arrival, non offre mai le risposte più semplici, ma pone le domande più giuste. L’intrattenimento migliore possibile.
    D’altronde per loro Godzilla è sempre stata una cosa molto, molto seria.
    Poi, ci mancherebbe, quando il mostro entra in scena e distrugge tutto è lo spettacolo più bello del mondo. Grandioso. Beato chi l’ha visto in sala.

    BELLISSIMO.

Fine.

Menzioni speciali:

  • I Am Not Your Negro: perché è un documentario tecnicamente impressionante che racconta la storia del razzismo negli Stati Uniti e la dice lunga sull’oggi.
  • Patriots Day: perché Peter Berg è un autore sottovalutatissimo e questo è il suo capolavoro finora sull’incredibile resilienza di tutta Boston unita.
  • Blade Runner 2049: Perché è molto bello.
  • It: perché è la migliore versione possibile che si poteva trarre dal romanzo di King nel 2017 e resta uno dei vincitori dell’anno al di là di qualsiasi top 10.
  • Smetto Quando Voglio 2 & 3: perché sì, cazzo. FINALMENTE.
  • Victoria: perché è un unico piano sequenza di 140 minuti che sa perfettamente quel che fa e non sbaglia mai. Incredibile.
  • Baby Driver: Perché è Edgar Wright che riscrive le regole del cinema in un film di puro intrattenimento tutto tecnica e precisione assoluta. Il finale non è all’altezza (altrimenti finiva tra i dieci su), ma anche così è un capolavoro.
  • Get Out: perché descrive perfettamente come si è evoluto il razzismo oggi negli Stati Uniti. Dolorosa la sua esclusione dai dieci.
  • Personal Shopper: perché è splendido, ipnotico e con una bravissima Kristen Stewart.
  • Headshot: perché è il film di arti marziali dell’anno, un ottimo passatempo in attesa che il sommo Gareth Evans sforni una nuova creatura. (è su Netflix)
  • Better Watch Out: perché è un twist sull’home invasion che è già diventato un nuovo classico. Perfetto per le feste.
  • Good Time: perché è una bomba che decostruisce il crime movie. Parte da una rapina a mano armata per mostrare tutta la serie di casini, più o meno grotteschi, che da essa derivano e finisce come il più toccante dei drammi familiari.
  • Borg McEnroe: perché è un nuovo piccolo Warrior (2011) ed è un gioiello di determinazione, ossessione, fatica e rispetto.
  • Split: perché Shyamalan è tornato ed è più in forma che mai.
  • La La Land: Perché la musica, i balletti, le camminate, l’amore, hollywood, i sogni, la vita, il cinema. Poteva finire anche tra i dieci su, ma ha una seconda parte non all’altezza della prima e poi non lo vedo da un po’ e quindi, insomma, ecco, fottesega. L’importante è che lo vedete, come tutti i film qui citati.

Tanti auguri a tutti e buon 2018!

Tutto quello che non avete voluto capire su Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Natale, capodanno, è tempo di feste! E cosa si fa durante le feste oltre a mangiare fino ad agognare una morte rapida e indolore?

Si rispolverano i grandi classici!

Che grande Nanni Moretti. *tira un sospiro malinconico* L’altro giorno, da bravo bambino che si è comportato bene tutto l’anno, mi sono regalato 4 suoi DVD trovati in offertissima a tre euro l’uno in un negozio senza ombra di dubbio a norma di legge vicino casa. Credeteci. Sono tornato a casa felicissimo.
Uno dei DVD è quello di Sogni d’oro, da cui è tratta la scena di cui sopra che potrei, o potrei non, aver utilizzato in altre recensioni sul blog. Ma che volete? È bellissima, riassume perfettamente, con simpatia e il giusto grado di disagio, un sentimento universale che sembra valere soprattutto per i cinefili, ma che in realtà vale per tutti. È adatta praticamente a qualsiasi discorso che avete mai fatto, state facendo o farete, ieri, oggi e domani, con qualsiasi persona. Il che rende il suo utilizzo un po’ una paraculata. Ma questa è un’altra storia.

Nel nostro caso, questa breve clip ci serve per ribadire che il Cinema è una cosa importante, che Star Wars è una cosa importante e che vaffanculo non ne posso più dei vostri problemi con la suola delle scarpe di Luke Skywalker che non rispecchia fedelmente la descrizione implicita che si evince dal trentaquattresimo romanzo della dodicesima saga del settimo ciclo di storie che al mercato papà Lucas vendette per mezzo triliardo di dollari.

Non sei un vero fan di Star Wars, se non hai almeno sei negozi di roba di Star Wars compressi in camera tua (e fai di tutto per far capire che ce l’hai più lungo di tutti).

Episodio VIII: Gli Ultimi Jedi è film molto buono e anche un eccezionale capitolo della saga di Star Wars.

Procediamo con ordine. Seguono spoiler a profusione sul film.

Il cinema è per tutti. Star Wars è per tutti. Ognuno è libero di avere il proprio pensiero su qualsiasi cosa e ha il dovere di rispettare il pensiero degli altri. Però, signora mia, questi giovani di oggi dicono una marea di cazzate che non se ne può più. Per non fare il vago a sto giro ho deciso di sporcarmi le mani andando a rispondere dritto pe’ dritto alle lamentele più insistenti che sono state scagliate con violenza contro Gli Ultimi Jedi.
Tremate: “mi hanno dato fastidio tutte quelle battutine del cà e quei pupazzi di mè”, “è troppo un film Disney”, “vogliono solo vendere giocattoli!!11!1” (la mia preferita), “è ridicolo come hanno ammazzato Snoke”, “la scena nella città/casinò è inutile e noiosa”, “inventa troppe cose”, “non ci sono contenuti originali, è una copia di L’impero colpisce ancora”, “la forza è spiegata malissimo”, “questo pianeta nuovo l’ho già visto”, “non ha senso”, “non è Star Wars”, “mi manca Jar Jar Binks”, “quella scena è la copia del mio sfondo del desktop”, “chi sono io? cosa ci faccio qui?”, “non avrebbero dovuto uccidere Ned Stark così presto”, “quando arrivano i Klingon?”, “MARIARITAAAA“, ecc.

Chiariamo innanzitutto una cosa fondamentale: Star Wars è forse il più grande franchise crossmediale e transmediale di sempre dopo il Cristianesimo, e i film che compongono l’arco narrativo principale di questo universo sono pensati e realizzati (così come in buona parte anche il Cristianesimo) per catturare l’attenzione dei più piccini, di quegli under 14 che tra trent’anni vorranno ancora vedere film di Star Wars e non desidereranno altro che prendere in mano il franchise per fare gli Episodi 37, 38 e 39 e garantire la sopravvivenza di baracca e burattini. Per una volta (capita meno di quanto si pensi) sono d’accordo con George Lucas himself quando dice che Star Wars è per bambini e che certi fan fanno fatica ad accettare la cosa. Ovvio, lui scivola subito nell’egomania parlando dell’esaltazione che prova quando un bimbo gli allunga la mano per toccarlo manco fosse Gesù Cristo sceso in terra per salvarci dalla noia di questo mondo. Però il succo è quello:

“Friendships, honesty, trust, doing the right thing, living on the right side and avoiding the dark side. (…) Those are the things it was meant to do.”

Il trucco è metterci il massimo della professionalità e del talento per realizzare qualcosa che possa piacere tranquillamente anche agli adulti senza che questi se ne vergognino.

“Bend the knee.”

La nuova saga targata Disney e supervisionata dall’essere umano con i cojones più grossi di tutta Hollywood, la mitica Kathleen Kennedy, cerca di fare esattamente questo (a mio avviso riuscendoci in pieno), tenendo però conto che non siamo più nel 1977, che il mondo è cambiato, il pubblico per certi versi è molto cresciuto e non sopporterebbe più una trama così semplice e un’identificazione così chiara del bene e del male come la si poteva fare quarant’anni fa. E allo stesso tempo non si rinuncia ai siparietti comici, agli animaletti simpatici e a quel senso di leggerezza fondamentale all’interno di Star Wars ma anche in tutto il cinema per ragazzi da Spielberg in poi. Senza tutto questo Star Wars non esisterebbe: pretendere un film di Star Wars che – banalizzo – non tenti di vendere anche giocattoli è un controsenso di quelli pesanti e sintomo di una grave miopia. Se non vendessero giocattoli non potrebbero fare più film, o almeno non potrebbero farli più così grossi. Semplice.
Non mi piace fare discorsi ipotetici, ma credete davvero che un’altra qualsiasi delle major hollywoodiane avrebbe potuto far meglio della Disney? Mai come oggi faccio molta fatica a immaginare un tale scenario.
I Porg possono piacervi o non piacervi, ma sono senza dubbio coerenti con l’universo starwarsiano al cinema. Non necessitano assolutamente di una funzionalità narrativa, devono solo essere carini e coccolosi e piacere ai bambini. Cosa che vale ovviamente per tutte le creature presenti nel film, che non sono mai realmente inutili, perché potranno non interferire in alcun modo con la trama, ma evocano quelle suggestioni che costituiscono la base del fascino di tutto Star Wars. Se non accettate questo e volete fare i raffinati che non si lasciano ingannare dagli sporchi meccanismi del capitalismo americano, tornatevene a vedere i film di Ferzan Ozpetek con tutto il vostro disincanto postmoderno e puppate la fava.

“PU-PPAAAA”

Ma se c’è un aspetto sotto il quale Gli Ultimi Jedi è un vero trionfo è proprio il suo riuscire a scrollarsi di dosso tutto il peso della sua stessa enorme mitologia per dare a tutta la nuova trilogia una propria identità e una propria strada da battere. In quarant’anni Star Wars si è imposto nella cultura pop mondiale fino a dominarla, a diventare una vera e propria religione per alcuni e a suscitare improbabili accuse di femminismo per altri. Quello che Rian Johnson e soci hanno avuto il coraggio di fare è stato aggiornare la lotta tra lato oscuro e lato chiaro della Forza, sfruttando bene gli eccezionali spunti di partenza offerti da Il Risveglio della Forza (The Force Awakens, da ora in poi TFA), per offrirci qualcosa di nuovo, fresco, attuale, credibile e di grande intrattenimento.

Kylo Ren è in tal senso l’elemento più interessante di tutto il progetto: il primo personaggio nella storia di Star Wars che vuole resistere alle tentazioni del lato chiaro della forza e non viceversa come eravamo abituati a vedere. Questo, unito al fatto che l’attore che lo interpreta è forse l’unico attore vero del cast (ogni sguardo che fa combina almeno due emozioni diverse, se non di più, ma anche i movimenti del corpo sono i migliori per credibilità/stilizzazione), lo rende un personaggio fuori da qualsiasi schema, imprevedibile, e quindi affascinante. Non è il cattivo che fa il cattivo perché è cattivo. Quello era il ruolo di Snoke, molto simile a quello di Palpatine e compagnia bella, e non a caso è stato fatto fuori in una maniera estremamente funzionale al racconto.

“Premi quel tasto lì che poi fa tutto il computer”

Ma è interessante pure il lavoro fatto su Rey, sebbene abbia un arco narrativo ben più prevedibile, e su Luke. Già a partire da TFA, Rey incarna in tutto e per tutto il pubblico dei più giovani, quelli che hanno da poco scoperto Star Wars e vogliono essere parte di questa grande storia (entrambi i film sono stracolmi di riferimenti meta). La scoperta dei suoi genitori è quindi la più difficile da accettare e, in un’ottica di identificazione totale col personaggio, serve a rendere il film il romanzo di formazione che deve essere. Allo stesso modo, è molto apprezzabile la coerenza con cui hanno trattato il personaggio di Luke Skywalker se pensiamo a quanto era inetto e anche un po’ tentato dal lato oscuro nella trilogia originale. Il modo in cui la sua leggenda e le voci che circolano sul suo conto si scontrano brutalmente con la realtà della persona-personaggio, non proprio l’eroe senza macchia e senza paure di cui si parla, è un’altra di quelle batoste necessarie a farci tornare con i piedi per terra, pur restando nello spazio. AHAHAHAH NELLO SPAZIO!!11! CAPITO LA BATT-Ma soprattutto ci prepara all’incontro con il maestro Yoda in quella che è a mani basse la scena più bella ed emozionante di tutto Gli Ultimi Jedi.
Guardate, non è facile sedersi a una scrivania oggi, nel 2017, e scrivere nuove battute per quello che è la saggezza fatta pupazzo, uno dei personaggi più saggi della narrativa mondiale, ma anche uno dei più grandi maestri di vita di sempre con tutti i limiti che un personaggio fittizio può avere. Rian Johnson c’è riuscito. Nel 2017. E qui potrei elencarvi tutte le sue battute copia-incollandole da imdb, ma quello che ci tengo a sottolineare è che nel momento di maggiore depressione per Luke, Yoda gli ride in faccia e lo prende per il culo, perché la vita va presa sempre sorridendo, anche nel fallimento e nelle difficoltà. Una lezione che detta così sembra la più retorica delle puttanate, ma che quel pupazzo maledetto rende estremamente concreta e meravigliosamente valida.

I meriti di Johnson non si fermano ovviamente qui. Per una volta in questa saga leggendaria fatta tutta di immagini pazzesche, la sceneggiatura ha un ruolo fondamentale. Innanzitutto, il film non finisce quando pensiamo stia per finire perché per la prima volta nella saga spunta fuori un bel quarto atto (fino ad ora ci avevano abituato ai tradizionali 3: introduzione dei personaggi, sviluppo del conflitto, risoluzione della storia), ma in generale si gioca moltissimo con le aspettative degli spettatori sia in quanto film di Star Wars (es: la fine di Snoke, che tutti pensavano sarebbe stato il cattivissimo finale), sia in quanto film d’avventura in generale (es: il fallimento del piano di Finn e Rose). E infatti in questo film succedono un sacco di cose, molte delle quali importantissime per la trama dell’intera trilogia, e il grado di coinvolgimento è piuttosto elevato, le emozioni sono tante e alla fine se ne esce abbastanza provati, nel bene e nel male.
Sul finale il film riprende anche le fila del discorso iniziato e approfondito a dovere da Rogue One circa il sacrificio personale per il bene degli altri: muoio io, così che gli altri e quelli che verranno dopo di me possano vivere e possano vivere meglio. E non parliamo soltanto della morte di comparse o di eserciti che non conosciamo e non vediamo (che pure muoiono e rappresentano un peso maggiore del solito per i protagonisti e per noi), parliamo del sacrificio dei protagonisti (tutti in Rogue One, qui Luke, Holdo e Finn che sopravvive solo per un intervento esterno, ma la decisione l’aveva presa). In tutto Gli Ultimi Jedi aleggia l’ombra della morte, inevitabile e sempre più vicina. Alla faccia del film Disney e del vendere giocattoli.

“T’ammazzo”

Non mi sembra ci sia neanche granché di cui lamentarsi sulla struttura del film che ricalca quella de L’impero colpisce ancora, ma in una maniera sicuramente più nascosta e intelligente rispetto a quanto fatto da Abrams con Il Risveglio della Forza che purtroppo ricordava troppo facilmente Una nuova speranza. E dico “purtroppo” perché in realtà i due film erano diversissimi, così come lo sono Gli Ultimi Jedi ed Episodio V, ma qualcuno si è comunque sentito in diritto di dire che erano uguali e che la cosa fosse inaccettabile. Eh, belli miei, che vi devo dire… penso che quanto scritto finora renda abbastanza l’idea. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, considerando quanto detto finora (ci torneremo anche più avanti), Gli Ultimi Jedi, sempre sulla scia di TFA, riflette sulla sua stessa natura, su cosa possa essere oggi Star Wars, una saga nata quarant’anni fa da tutt’altre premesse. In questo modo il film si inserisce in un discorso di decostruzione del mito che affonda le proprie radici in Sergio Leone e nella sua decostruzione totale del western, fattasi a sua volta leggenda con l’intramontabile C’era una volta il West. Rian Johnson qui fa più o meno lo stesso, in misura nettamente minore (non esageriamo) rispetto a quanto fatto da Leone. Si tratta di cinema che riflette su se stesso, una roba che oggi è relativamente facile da fare se devi girare un film indipendente con quattro spicci, ma una roba da capogiro per un film Disney da 200 milioni di dollari di budget, pensato per incassarne ben più di un miliardo.

Semmai, l’unico appunto che si può fare a Rian Johnson riguardo Gli Ultimi Jedi riguarda proprio la fattura del film, nettamente inferiore a quella de Il Risveglio della Forza che rimane il migliore della saga finora (incluso Rogue One) soprattutto grazie a quei 40 minuti iniziali che sono semplicemente perfetti e letteralmente da mozzare il fiato. Qui Johnson dilata i tempi a suo piacimento e si prende la libertà di sbroccare a un certo punto come già fece con Looper, inserendoci un quarto atto impensabile. E non è che ci siano errori gravi di regia, si tratta per lo più di dettagli insignificanti che però danno leggermente fastidio all’occhio: qualche inquadratura angolata male, qualche brutto primo piano, ma anche troppi primi piani, un montaggio non delicatissimo e scene d’azione un po’ confuse, un po’ che guardano nel punto meno interessante. Più significativa è la difficoltà di Johnson ad amalgamare bene l’azione, l’adrenalina e la tensione con i momenti più comici e quelli più drammatici (cosa in cui Abrams si era dimostrato un maestro). C’è insomma una separazione un po’ troppo netta tra questi momenti che per fortuna la sovrabbondanza di eventi sfasciamascella fa pesare meno del previsto.
Vera nota dolente del film: il momento alla Superman di Leia che è abbastanza inguardabile.

Ma parliamo un po’ di quant’è bravo John Boyega a urlare YUHUUU!!

Tutto questo senza negare che ci sono diversi momenti davvero molto belli da guardare e riguardare. Dall’utilizzo del colore rosso nella stanza di Snoke (il combattimento di Rey e Kylo contro le guardie è diretto molto bene, sono riusciti a rendere chiari e convincenti tutti i movimenti e a nascondere al meglio le parti più violente senza farcelo pesare troppo) o sul pianeta di sale (che non ha motivazioni per essere rosso, ma è fighissimo e quindi va bene) alle evidenti influenze nipponiche di Kurosawa (tutto il quarto atto) e anche dei manga più moderni (quando Laura Dern vestita malissimo si schianta contro l’ammiraglia di Snoke c’è un momento di silenzio in cui l’immagine si ferma e sembra di guardare una tavoletta di un fumetto qualsiasi giapponese).

In conclusione, tutti questi stravolgimenti di trama e di idee, queste caratterizzazioni dei personaggi, gli Jedi che non esistono più (CAPITOOO) e la democratizzazione della Forza (BOOOM!) (anche se per certi versi era inevitabile, qualcuno ha detto Trump?) e così via… tutto questo può sembrare un tradimento dello spirito e della natura di Star Wars, ma in realtà è l’esatto opposto (vedi Leone). È un passo in avanti (mai sentito parlare di passi in avanti? No? Ci credo) coerente, ben gestito e soprattutto imprescindibile, come dicevamo prima, per ribadire tutto l’affetto di questo mondo per questa impareggiabile saga che ha bisogno di nuova linfa vitale per continuare ad andare avanti. Certo, si poteva raggiungere lo stesso risultato prendendo mille altre strade, ma francamente non ho nulla di cui lamentarmi. Poteva andarci molto peggio e faccio fatica a nascondere l’ammirazione per il coraggio e l’intelligenza con cui è stato gestito il progetto finora. Che poi è tutto riassunto in una frase che Kylo Ren dice a Rey (ancora riferimenti meta) per convincerla a passare al lato oscuro:

The Empire, your parents, the Resistance, the Sith, the Jedi… let the past die. Kill it, if you have to. That’s the only way to become what you are meant to be. 

Una frase che sembra scritta apposta per quanti avrebbero rivendicato e rivendicano un forte attaccamento al passato della saga e che vedono Gli Ultimi Jedi o troppo uguale a cose già viste o troppo diverso e quindi blasfemo. E ovviamente non è una frase che vale solo per Star Wars… ed ecco che torniamo alla narrativa di formazione e all’ennesima dimostrazione che questo sia un ottimo prodotto di intrattenimento adatto a tutti, ma straconsigliato ai più giovani.

Jeez, ho scritto troppo e potrei non aver risposto in maniera diretta a tutto, ma con un piccolo sforzo potreste anche risolvere da soli i buchi restanti. Sempre nella speranza che sia stato abbastanza chiaro.

Ora vi saluto che vado a mettere sul curriculum che ho scritto una recensione di tremila parole sul nuovo Star Wars cominciando da Nanni Moretti.

Sunday Cloverfield Restaurant

Mi piace l’odore dei pancake al mattino. Soprattutto se è domenica e ho dormito più ore di quante ne ho dormite in tutta la settimana. Che bel momento! Finalmente posso addentare la mia meritata e stramaledetta dose occasionale di pancake.

Ahh troppo buono.
Solo una porzione poi mi rimetto a lavorare. Sì, sì.

Solo… una… mmmh… squisito!

Uh, forse sto facendo facce troppo idiote, la cameriera mi ha guardato e si è messa a ridere.
Ma non è colpa mia se questi cazzo di pancake sono così buoni! A volte mi viene voglia di mandare tutti a-

“A tutti i blogger là fuori, se state ascoltando questo messaggio…ma sicuramente lo state ascoltando, in caso contrario non avrebbe comunque senso chiedere se state ascoltando il messaggio, giusto? Perché andrebbe a vuoto e quindi…Scusate.”

Ma che cazz…!?!?

“Non so bene come iniziare questa cosa…
Alcuni di vi già mi conoscono, altri no. Non ha importanza. Mi chiamo PizzaDog, sono un Mighty Blogger come voi e come voi sono stato coinvolto in questa… guerra contro Ezekiel Jackson.”

PizzaDog!? Ma da dove… Sono l’unico a sentirlo?

“Non so dove siete, non so cosa avete affrontato o in che casino vi troviate, ma so esattamente cosa state passando.
Ci siamo messi in gioco mettendo a rischio le nostre anime, abbiamo dovuto dire addio alle nostre vite e ai nostri cari senza neppure poter rivelare loro alcunché e per cosa? Per una faida che non ci riguarda, una guerra di cui eravamo all’oscuro contro un nemico che a stento conosciamo.
Abbiamo dato anima e corpo affidando le nostre vite ad agenti segreti che non sono riusciti a proteggerci e di cui non possiamo neanche più fidarci ed infine qualcuno ha tradito…
Ora la SAG è sepolta, come ben saprete, i suoi agenti sono dispersi e mentre noi ci lecchiamo le ferite inflitteci dal nostro nemico, il potere di Ezekiel accresce sempre di più.
Siamo perduti, è vero. Stiamo vivendo il nostro momento più buio mentre la speranza vacilla.”

Mmh, capisco. Facciamo progressi, eh. Bravissimo.

“Ma ora, stremato e privo di forze, io sono qui a chiedere ad ognuno di voi: siete pronti a rialzarvi? Siete pronti a fargliela pagare, a fare la cosa giusta ancora una volta nella nostra vita? Siete pronti a spendere ogni briciola di fottuta energia rimasta per affrontare il bastardo che ha dato inizio a tutto questo?

Sono qui a fornirvi gli strumenti necessari. Grazie all’aiuto di alcune…amiche e ad alcuni piccoli alleati che chiamo “prodigi” sono riuscito a mettere su una rete di comunicazione segreta in grado di occultare anche il più piccolo dei messaggi. Ne Ezekiel ne nessun’altro al mondo è in grado di tracciare questa chiamata e allo stesso modo nessuno potrà localizzare la vostra posizione. In questo modo possiamo tenerci in contatto, possiamo darci forza a vicenda.

Quindi se ricevete una chiamata rispondete.

Se captate una richiesta di aiuto accorrete, se vi trovate in difficolta non esitate a chiedere supporto.

La forza di Ezekiel sta nella paura, la nostra nell’unione. Dobbiamo restare uniti e ristabilire l’Adunanza.

Questo è solo l’inizio.

Che le mie parole siano da monito: i Mighty Bloggers non hanno ancora finito con Ezekiel Jackson

Puoi dirlo forte, vecchio mio. Era esattamente quello che volevo sentirmi dire.
Basta pancake per oggi. Non c’è più tempo da perdere.

 

Cosa significa la vittoria di Moonlight agli #Oscars2017?

A conti fatti è difficilissimo non essere contenti per Moonlight. Film minuscolo ma immenso, realizzato con un budget insignificante ma un cuore grande così. Non il migliore dei 9 (non lo era neanche La La Land), ma quello che più di tutti ha esorcizzato le ansie e le paure dell’America di oggi raccontando la storia che volevano vedere, come la volevano vedere. È ovvio che se Trump non avesse vinto le elezioni, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Ma la realtà è che Donald Trump è il Presidente degli Stati Uniti e quindi è naturale – è giusto! – che certi temi e certe storie acquistino più significato e contino di più per certe persone in un determinato contesto. Ed è giusto riconoscere a determinati film la loro rilevanza storico-sociale. I film, signora mia, non vengono fatti a caso e il cinema è sempre stato politico.
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Gli Oscar, scusate se lo ripeto per l’ennesima volta, non hanno mai premiato il film migliore di tutti, lo sforzo tecnico più grande, ecc., e non sono premi assegnati da una giuria di critici cinematografici esperti che riflettono a tavolino e ragionano come se fossero isolati dal mondo esterno. Gli Oscar sono assegnati dagli stessi lavoratori attivi in quel di Hollywood (attori, registi, produttori, costumisti, scenografi, ecc.) e hanno sempre assecondato le mode, i costumi, gli eventi e gli interessi della propria epoca. In questo senso, la vittoria di Moonlight appare quasi ovvia. Non sarebbe stato brutto, ingiusto o sbagliato se avesse vinto La La Land, tant’è che l’epico errore della busta e l’apparente vittoria del film di Chazelle non avevano suscitato alcuno scalpore. La sua vittoria era data per scontata praticamente da tutti, trattandosi di un film che celebra Hollywood, i fasti della sua Golden Age, e al tempo stesso la rinnova. Tuttavia, per quanto fosse un film radicalmente moderno (nella forma e nel contenuto) e non avesse nulla a che fare con i musical di una volta, a parte i rimandi espliciti, La La Land non era un film universale e non aveva quel quid che lo rendeva importante. Non aveva, in altre parole, le caratteristiche adatte a ergersi a monumento della contemporaneità per rispondere ad un urgente bisogno degli americani. Cosa che invece è riuscito a fare Moonlight, per ovvi motivi se avete visto il film.
Inoltre, uno degli elementi tipicamente moderni che ho trovato in La La Land è questa schizofrenia latente che magari si fa fatica a individuare scena per scena, ma appare più evidente (almeno per me) se si pensa al film nel suo complesso (e ancora di più se si vede una qualsiasi intervista al suo regista…). Da questo punto di vista mi fa piacere abbia vinto un film per nulla schizofrenico come Moonlight, che non è neanche un film vecchio, quindi da leggere in un’ottica vintage o checchessia. Il film di Barry Jenkins è semmai un prodotto di questa schizofrenia: stanco, ferito, frustrato, sinceramente sofferente, disilluso ma maturo e mai rassegnato, bensì ancora con la forza di vedere la luce in fondo al tunnel (demmerda).
Al di là delle preferenze, dei gusti e delle opinioni personali relative ai singoli film, e al di là dei tristi qualunquismi snob di cui non ci libereremo mai, la vittoria di Moonlight non può che essere apprezzata e accolta festosamente. Se non altro, perché ribadisce ancora una volta la centralità del Cinema (e dei film) nel mondo di oggi.
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Potrei averci pensato troppo e potrei aver delirato forte. Sicuramente accadranno un’infinità di eventi che mi contraddiranno e smentiranno, ma sono convinto che la vittoria di Moonlight abbia un significato profondo su cui vale la pena riflettere. Non posso fermarmi a un fastidiosissimo “Ah sì, i giovani, i neri e i gay… ovvio”. Potrò sbagliarmi, ma almeno adesso, dopo tutto questo pippone, posso affermare con molta più tranquillità, meno retorica e più cognizione di causa, che gli Oscar 2017 hanno lanciato un segnale fortissimo. Premiando Moonlight con il premio più prestigioso contro ogni previsione, hanno espresso un desiderio di cambiamento radicale – dalla politica al modo stesso di pensare delle persone – che è sincero e significativo (almeno più delle ruffianerie a cui siamo abituati) proprio perché venuto fuori inconsciamente.
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MA PERCHÉ!?!? SEI IN DIRETTA MONDIALE, HAI DAVANTI A TE LE STAR PIÙ GRANDI DEL MONDO E TI METTI A FARE I VIDEO E LE FOTO COL TELEFONO!?!?!? SE TI BECCO TE LO SCIOLGO NELL’ACIDO QUEL TELEFONO, STRONZO!


P.S.: Stavo per chiuderla lì quando mi è balzato in testa un nuovo pensiero curioso. Siccome però sono pigro e d’altronde non posso scrivere post troppo lunghi altrimenti vi lamentate e nessuno mi legge, ve lo lascio qui abbozzatissimo come ulteriore spunto di riflessione per voi e famiglia.

Dopo le polemiche dell’anno scorso circa gli #OscarsSoWhite, le nomination di quest’anno ci hanno fatto un po’ sorridere perché sembrava che l’Academy volesse farsi perdonare inserendo tutti gli attori non bianchi disponibili sulla piazza (in realtà sono stati gentili in generale con i film riguardanti o comprendenti le minoranze etniche). Ecco, quello magari sarà sembrato, giustamente, un gesto un po’ paraculo e apparentemente inutile e insignificante. Lo pensavo anche io. Ma ora che Moonlight ha vinto come miglior film, comincio a pensare che quell’inclusione quasi forzata sia invece servita eccome. Credo abbia smosso le acque più di quanto chiunque lo riteneva possibile. Lo so che può sembrare assurdo e banale per chi pensa di vivere in un mondo civilizzato, ma nel frattempo non trovo altre spiegazioni plausibili. Le due cose potranno non avere un legame diretto e causale, ma sono senza dubbio coerenti tra di loro all’interno di un discorso più ampio. E forse per una volta dovremmo fare doppiamente i complimenti all’Academy. Incredibile, eh?

I 10 migliori film del 2016 (secondo uno che non li ha visti tutti)

Ne ho visti 110 di film usciti in sala, o su piattaforme legali online, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2016. Non tantissimi per chi fa il critico cinematografico di mestiere, ma abbastanza per rivendicare il diritto di una mia personalissima classifica di quelli che ritengo i 10 film migliori dell’anno. Sia chiaro: ogni classifica è sbagliata, è ontologicamente fatta per essere insultata, smontata e rivalutata. La mia invece no, è perfetta e non potete farci niente.

Burle.

(che poi è anche una classifica abbastanza uguale a tutte le altre che trovate in giro).

Questa volta più che nella scelta dei film da inserire, il difficile è stato metterli in ordine, tant’è che fossi in voi presterei poca importanza ai numeri, soprattutto delle prime posizioni (tanto il film davvero più bello che ho visto quest’anno non c’è, perché in Italia esce l’anno prossimo).
Buona lettura.

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L’anno scorso fu comunque un annata decisamente migliore.

10. The Neon Demon 

L’ultimo lavoro di Nicolas Winding Refn è rientrato in questa classifica di prepotenza. L’avevo scartato persino dai venti titoli iniziali e l’ho ripescato solo all’ultimo minuto. Perché da quando l’ho visto è rimasto lì a provocarmi, sapendo che l’avevo amato più di quanto non riuscissi a spiegarmi. The Neon Demon è infatti una grande esperienza (fortunato chi l’ha visto in sala), un trip allucinante ma mai in modo gratuito, di quelli che ti restano dentro. E l’ho amato perché è un film che parla delle donne e di quanto possono essere perfide e letali. Usa simboli, specchi e metafore visive mai fastidiose, più una colonna sonora da urlo. Ma parla soprattutto di bellezza, offrendo interessantissimi spunti di riflessione. Cos’è o dove si trova la bellezza? Fino a che punto può ossessionare le persone? È pericolosa? Photoshop è forse il diavolo vestito da software?  ecc. Tutto un discorso che – azzardo – può essere letto ANCHE (non ce n’è realmente bisogno) come NWR che risponde a tutti i suoi detrattori che lo accusano, sbagliando, di pensare solo alla forma e non al contenuto.
Insomma ho amato questo film perché è molto personale, forte e pur prendendo ispirazione da mezzo mondo, affascina e cattura, parla quasi solo con le immagini ed è incapace di annoiare. E inoltre amo ovviamente Nicolas Winding Refn e l’eleganza con cui se ne strafotte di quello che gli dice la critica mondiale (che sarà contenta solo quando vedrà un Drive 2… peccato che quello che invece ci sta regalando Refn è forse pure meglio di Drive).

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9. The Nice Guys

Un altro film che aspettavamo da una vita e che purtroppo non ha ricevuto il riscontro economico che meritava. The Nice Guys è Shane Black a ruota libera. Ѐ Shane Black che fa finalmente il cazzo che gli pare, ovvero tutto quello che piace a noi di Shane Black. E infatti è probabilmente il suo film migliore. Non solo sveglio e divertente, ma anche tecnicamente elaboratissimo, nella shaneggiatura, così come nella costruzione dell’inquadratura. Le risate arrivano sia dai dialoghi che dalle azioni e la risoluzione del caso su cui investono i protagonisti funziona strepitosamente grazie a un sapiente dosaggio delle informazioni. Ryan Gosling e Russell Crowe sono poi in stato di grazia e perfettamente in sintonia.

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8. Zootropolis

Noir poliziesco, buddy-cop movie, commedia, avventura e in sottofondo una critica sociale e politica sottile ma devastante sulla diversità non tra persone (come succedeva in passato), ma tra intere categorie o classi sociali. L’ultimo prodotto dei Walt Disney Animation Studios è un instant classic che può vantare, tra le altre cose, uno dei mondi antropomorfi più belli e affascinanti mai visti al cinema. Capolavoro meno rivoluzionario di Frozen (che ribaltava tutto e rendeva finalmente giustizia al mondo femminile), ma molto più raffinato ed elaborato tecnicamente.

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7. The Hateful Eight

Con un livello di citazionismo ai minimi storici, The Hateful Eight è Quentin Tarantino allo stato puro. Con un Robert Richardson in stato di grazia insieme a tutto il corposo cast, il film è l’esaltazione del mezzo cinematografico. Voglioso di dare la stessa importanza a tutti i dettagli dell’inquadratura, così come maggior importanza a certi dettagli della trama, questo è il film in cui Tarantino dimostra più di tutti il piacere che prova nel raccontare storie, condividendo questo piacere con il pubblico stesso. Non è un caso, infatti, che i momenti migliori siano quelli in cui sono gli stessi personaggi a raccontare delle storie. E non importa nemmeno che siano storie vere o false (all’interno della finzione, ovviamente) perché il piacere è sempre nel raccontare, non nella storia in sé.
Pieno di personaggi memorabili (almeno quattro degli otto protagonisti), The Hateful Eight è semplicemente un grosso spettacolo, piacevolissimo da seguire pur nelle sue tre ore di durata e con un finale pieno di sangue irresistibile.hateful-eight-tarantino-trailer-screencaps-32

6. Il figlio di Saul

Se pensavate che l’Ungheria non sapesse fare grande cinema (se non addirittura film in generale) e che i film sull’Olocausto avessero ormai esaurito le loro possibilità, vi sbagliavate. DI GROSSO.
Il figlio di Saul racconta la storia di un prigioniero di campo di concentramento che lavora per le SS ripulendo le docce dopo che la strage è avvenuta. Quando vede il cadavere di un ragazzo si convince che si tratti del figlio e allora impazzisce. Decide infatti di fare l’impossibile: rubare il cadavere, trovare un rabbino tra i prigionieri e dare una degna sepoltura al ragazzo. Tutto questo di nascosto.
Una trama così avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi film. László Nemes caccia fuori, però, un’idea di regia pazzeschissima: attacca la telecamera addosso al protagonista in modo che, di spalle o di faccia, resterà lui per il 99% del tempo l’unico soggetto a fuoco. E mentre Saul tenta l’impossibile, intorno a lui accadrà di tutto, la gente gli morirà affianco e rischierà lui stesso di morire più volte. Ma l’incredibile è che poco di tutto questo ci verrà mostrato veramente. Molto di quello che accade, accade in realtà solo nella nostra testa. Il film ce lo suggerisce soltanto mostrandoci quel determinato particolare e/o quel determinato suono che bastano a farci intuire tutto.
Inoltre, come se non fosse abbastanza, il film è un continuo seguirsi di piani sequenza elaboratissimi che non lasciano più alcun dubbio sulla natura straordinaria di questo film e del lavoro dei suoi realizzatori.

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5. Lo chiamavano Jeeg Robot

Un fulmine a ciel sereno. L’esordio alla regia di Gabriele Mainetti è semplicemente folgorante. Finalmente un cinecomic italiano che rispetta sia le caratteristiche base (dettate dagli americani) del genere, sia il materiale e le storie di cui tratta, sia il pubblico al quale si rivolge. Allo stesso tempo riesce a rendere tutto italianissimo (che poi in realtà sarebbe romanesco) senza cadere nel ridicolo, ma anzi tenendo bassissimo il “senso della cazzata”, così da piacere anche ai vecchi decrepiti che riempiono il nostro paese. Un trionfo completo che raggiunge vette impensabili grazie anche a Luca Marinelli che si porta a casa il premio come miglior villain dell’anno.

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4. Ѐ solo la fine del mondo

Xavier Dolan continua a spiazzare tutti per la sua impressionante capacità, a fronte della giovane età (ha 27 anni e questo è il suo sesto film da regista), di saper controllare così bene i suoi film e continuare a lavorare sul suo modo di raccontare storie, che è suo e di nessun altro. Non è tanto una questione di stile, quello tutti possono averlo, quanto proprio un diverso approccio al racconto e ai temi che si vuole raccontare. Come con i precedenti film, Dolan lavora anche qui sulla vicinanza paradossale, soprattutto nel rapporto tra familiari,tra l’odio più profondo e l’amore più forte, due sentimenti talmente estremi da sfiorarsi.
Ѐ solo la fine del mondo è infatti un melodramma familiare inedito, moderno e sfrontato nella narrazione (quanti primi piani! quanto sono lunghi e quanto sono belli!). Ti colpisce dove non pensi di poter essere colpito, i personaggi tirano fuori ragioni anche quando non ce le si aspetterebbe e la nostra capacità di giudizio crolla di fronte alla tristezza della situazione e dei personaggi da cui non si scappa.

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3. Spotlight

“THEY KNEW AND THEY LET IT HAPPEN!” Lo sfogo finale di Mark Ruffalo è quanto di più vero e sentito si possa chiedere ad un film che vuole ricostruire la scoperta di tremendi fatti realmente accaduti (gli abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston ai danni di minori, abusi che erano stati insabbiati dall’autorità ecclesiastica e scoperti solo nel 2001 da giornalisti del Boston Globe). Quello sfogo racchiude alla perfezione tutta la rabbia e la delusione che questo film incredibile vuole rappresentare. Ed è un film incredibile perché appunto non si limita banalmente a insultare e incolpare i colpevoli di quei terribili gesti, non sbandiera il proprio odio e la propria indignazione vantandosene, ma lascia che i fatti emergano come sono emersi nella realtà e lascia che i personaggi reagiscano a questi fatti in maniera naturale (= credibile). Non è una rabbia imposta, ma una costruita e per questo più efficace. Il film di Tom McCarthy è un trionfo di sceneggiatura e recitazione, apparentemente semplice, ma in realtà frutto di un lavoro quasi impossibile che viaggia parallelo a quello svolto dai personaggi del film.

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2. The VVitch

La vera bomba dell’anno. Presentato al Sundance nel gennaio 2015, distribuito in sala negli USA a febbraio 2016, e solo ad agosto in Italia. The Witch è l’horror dell’anno, forse pure di più, anche se forse non è proprio un horror in senso classico. È spietato, rarefatto, girato come un film d’autore, ma sempre e comunque un film di paura. Perché è proprio di quello che parla: la paura delle persone comuni ai tempi della vera caccia alle streghe nei primi anni del ‘600. È una ricostruzione fedelissima (anche solo il lavoro sui costumi è mostruoso) dell’America ai tempi dei padri pellegrini, fatta attraverso diari, lettere e altri documenti dell’epoca, che racconta in particolare la storia di una umile e isolata famiglia di allevatori e contadini. Un film raffinatissimo che raggiunge l’origine delle paure, il massimo dello spaventoso attraverso il massimo del realismo. Ti cala nel suo mondo facendoti capire che le paure degli americani dell’epoca non erano affatto infondate. Ti mostra come e perché tutte quelle superstizioni e quelle fobie (quelle secondo cui le donne e le caprette incarnavano il male e andavano quindi uccise) sono nate e si sono mantenute a lungo.
Film da non perdere ad alcun costo e per nessun motivo al mondo.
La conferma definitiva che il nuovo e migliore cinema d’autore vive (e può vivere, per chi cerca il massimo della libertà artistica come la cercava Robert Eggers) nel cinema di genere.

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1. Everybody Wants Some!!

Richard Linklater è ormai diventato un maestro nel trovare un senso cinematografico ai momenti più apparentemente insignificanti della vita quotidiana delle persone. Everybody Wants Some racconta il weekend di arrivo al college prima dell’inizio delle lezioni. Niente trama vera e propria, nessun evento clamoroso, nessun conflitto da risolvere, nemmeno una certa evoluzione dei personaggi (cominciano solo ad instaurarsi delle amicizie e l’unico interesse amoroso nasce a malapena). Everybody Wants Some!! non arriva da nessuna parte, sembra materiale scartato da un altro film, eppure è fenomenale. Linklater vuole ricreare lo spirito dei personaggi di cui si interessa (giovani ragazzi tanto spensierati quanto arrapati e consapevoli della potenza seduttiva del proprio corpo) e ci riesce! Il risultato è un film magnificamente inconcludente, due ore irresistibili di scene che non dicono niente eppure dicono tutto. Completamente slegato da qualsiasi regola cinematografica, è il film che ogni autore desidererebbe fare oggi.

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Altri titoli belli belli che stavano per entrare in top 10 (in ordine sparso): Divines e Hell or High Water (entrambi disponibili su Netflix), Il Libro della GiunglaSing Street, Steve Jobs, Café Society, Eye in the Sky, Dentro l’inferno10 Cloverfield Lane, Perfetti Sconosciuti e Rogue One.

La grande guerra di Matthew McCoso: Free State of Jones

A tratti ha l’aspetto di un film tv dal grosso budget (lo si sospettava anche dai trailer in realtà) e in effetti forse come miniserie sarebbe stato più efficace. Comunque sia, Free State of Jones è uno dei film più strani e curiosi dell’anno, ma anche uno dei più attuali e significativi.
Sin dalla prima didascalia promette di raccontare una ministoria nella Storia, basata su fatti realmente accaduti, in un arco narrativo insolito che va dal 1862 al 1876 (quindi guerra di secessione americana e successiva decade). In più si aggiungono dei flashforward sparsi qua e là lungo il film, ambientati 85 anni dopo, negli anni 50, e con protagonista un discendente del nostro protagonista interpretato da Matthew McCoso.

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Free State of Jones non è un prodotto mainstream, sebbene abbiano provato a venderlo come tale. Non è il solito film anti razzismo o il solito polpettone sulla conquista dei diritti umani e civili. Non è nemmeno una semplice storia di ribellione/vendetta contro le ingiustizie portate avanti dalle istituzioni o da singoli uomini ricchi e potenti. Ha sì un intento un po’ didascalico dal punto di vista della ricostruzione storica (per almeno metà film siamo in zona history porn), ma anche se fosse quello lo scopo (e non lo è), non è mai banale, paternalistico, buonista, vanaglorioso o fine a sé stesso. Free State of Jones non è quindi 12 anni schiavo, non è Il Patriota, non è Selma, non è Lincoln, non è un maledettissimo film da salotto, né un film di genere o uno di quelli strappalacrime che vorrebbero pure farti sentire fiero di non aver frustato nessuno nelle ultime 24 ore.

Free State of Jones è una riflessione molto più ampia, acuta e sottile (cioè non apertamente dichiarata) su cosa voglia dire fare una rivoluzione e su cosa voglia dire lottare per i propri diritti. Free State of Jones racconta l’ossessione di un uomo che con fare quasi masochista si ostina a riprendere in mano il fucile ogni qual volta qualcuno cerca di negargli i propri diritti. Quella che combatte Newton Knight (McCoso) è una guerra che non ha fine e che vede sempre meno persone disposte a combattere al suo fianco (lo dimostrano anche i flashforward con le accuse assurde che riceve il suo pronipote). Perché ad ogni vittoria, ad ogni conquista di un diritto, ad ogni raggiungimento di uno status migliore da parte di una categoria di individui discriminata o di “serie B” come era la popolazione nera dell’epoca, seguono sempre nuovi e più malvagi soprusi. E quindi nuove battaglie. In altre parole, là dove quasi tutti gli altri film finiscono, Free State of Jones comincia invece a fare sul serio, a dimostrarti che neanche un diritto sancito dalla carta costituzionale cambia davvero le cose e che mentre tanti si accontentano e si tirano indietro dalla lotta per paura di lasciarci le penne, ci saranno sempre dei folli pronti a combattere e a rischiare la propria vita affinché quei diritti vengano rispettati fino in fondo. Anche in nome di chi è morto combattendo al loro fianco. Perché è giusto così.

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Insomma questo è un film che ti cresce dentro col tempo. Inizialmente può lasciarti anche un po’ spaesato e confuso (non è perfetto, sticazzi), ma sul finale costruisce alcune delle immagini più potenti e significative viste quest’anno, nonché tra le più rappresentative di tutto il 2016. Una per tutte: Matthew McConaughey che va a votare per il Partito Repubblicano con in mano un fucile e con un folto gruppo di uomini neri al suo seguito. Un momento che sono andato a rivedere più volte, applaudendo ogni volta più forte.

Quindi sì, Free State of Jones è un filmone, ma qua lo scemo potrei essere io che mi aspettavo qualcosa di meno da quel geniaccio di Gary Ross.

P.S.: Sottolineo infine la scelta azzeccatissima di McCoso, che oltre a regalarci un’altra prova eccezionale, è anche IDENTICO al vero Newton Knight di cui vediamo qualche foto nei titoli di coda. Finalmente un casting davvero fedele all’originale!


Bonus Quotes:

  • “12 anni schiavo puppa la fava.
  • “A sorpresa, uno dei film simbolo del 2016”
  • “Quando imbracciare un fucile vale più di mille parole”

Per un Pugno di Cazzotti
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